Fake news: la verità non sta nel mezzoTempo di lettura stimato: 7 min.

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Quante volte in questi ultimi due anni abbiamo letto o sentito parlare di fake news? Un fenomeno per cui non è ancora stato studiato un vocabolario preciso, tanto che ha un nome inglese e raramente sentiamo parlare di “notizie finte”, ma piuttosto di “bufale”, termine decisamente poco tecnico.

Il fatto stesso che questo fenomeno sia sorto è indice di una sempre maggiore sfiducia nei confronti del giornalismo e dell’arte di fare informazione. Questa diffidenza, combinata all’incapacità di distinguere una notizia vera da una fabbricata a causa della loro sofisticatezza, fa sì che ricadiamo in una spirale di disinformazione. Dalla democrazia alla disinformazia, come l’ha definita Francesco Nicodemo.

In qualità di homines sapientes sempre assetati di verità e certezze ne vogliamo indagare le cause.

 

UNA NOVITA’ D’ALTRI TEMPI

Le fake news nascono molto prima dei social media e caratterizzano la nostra società fin da quando fu introdotta la stampa: per esempio, la Grande bufala della borsa valori del 1814, diffusa tramite lettera, riportava la falsa notizia della morte di Napoleone. Anche la trasmissione radiofonica messa in onda nel 1938 dalla CBS sulla Guerra dei Mondi, pur essendo uno scherzo di Halloween, scatenò il panico a Londra.

Tuttavia, con l’avvento della tecnologia, questo fenomeno è diventato pervasivo e difficilmente identificabile: esso dilaga e trova facili prede soprattutto sui social media. Una ricerca del MIT (Massachusetts Institute of Technology), “The spread of the true and false news online”, si incentra proprio sulla facilità di diffusione di queste notizie su Twitter. Dai risultati sembra che le bufale, in quanto inaspettate, attivino emozioni più potenti e che, perciò, si diffondano più rapidamente e profondamente di quelle vere, con catene di retweet dieci volte più veloci. Ma tra le notizie finte, le più potenti sono quelle politiche: viaggiano al triplo della velocità di ogni altra fake news, raggiungendo il doppio delle persone. Una tendenza, quindi, che sembra connaturata ai social media e molto difficile da frenare, figuriamoci invertire.

Che sia proprio nella figura del politico che dobbiamo ricercare la causa della popolarità delle fake news?

 

LE BUFALE DELLA POLITICA

Sicuramente, il presidente statunitense Donald Trump, considerato il “re delle fake news”, ha giocato un ruolo fondamentale nella diffusione di questo concetto: egli, ribaltando l’accusa di fabbricare notizie per vincere le elezioni nel 2016, ha puntato il dito più volte contro le testate giornalistiche, stilando addirittura una classifica autogestita della testata statunitense più bugiarda: il “Fake News Media Award”, di cui il vincitore indiscusso sembrerebbe il New York Times. D’altro canto, da un’analisi del Washington Post lui stesso appare protagonista e ideatore di 6.420 dichiarazioni fasulle da quando si è insediato alla Casa Bianca, circa dieci menzogne al giorno.

Tuttavia, non è l’unico: è ormai abitudine dei politici additare una testata giornalistica di diversa ideologia come fabbricatrice di notizie false solo per dare credito alla propria opinione. Il termine quindi viene utilizzato in modo improprio e, a forza di essere ripetuto fuori contesto, è usato ormai per definire indistintamente bufale, errori e notizie poco approfondite. C’è però una grande differenza tra semplicemente filtrare una notizia secondo la propria ideologia e la fabbricazione e distorsione, come spiega il professor Puglisi, docente ordinario dell’Università Bocconi: fabbricare una notizia vuol dire inventarla totalmente, creando addirittura documenti falsi, e la distorsione consiste nel modificarne in parte la verità, presentando un dato reale ma senza dare ai lettori o ascoltatori tutti gli strumenti necessari per comprenderla appieno.

A ciò si aggiunge una tipologia di bufala propria della stampa, chiamata fake agenda (cioè finto programma o ordine del giorno): può infatti accadere che il direttore di una testata giornalistica, nel selezionare l’ordine di presentazione delle notizie, decida di inserire per ultima o addirittura censurare un’informazione che sarebbe invece rilevante. Quale ruolo gioca quindi il giornalismo in tutto ciò?

 

LE BUFALE DEL GIORNALISMO

Il giornalismo sta di recente affrontando un dilemma che appare senza soluzione: sarebbe meglio che fosse imparziale o prendesse posizione? Questa domanda nasce da una situazione il cui caso simbolo è probabilmente la Brexit: la BBC è infatti stata accusata di aver mantenuto un atteggiamento troppo imparziale nei confronti delle posizioni “leave” e “remain”, permettendo che il cittadino elaborasse una propria opinione sulla questione. Tuttavia, questo approccio ha fatto sì che un dibattito su fatti scientifici, quali le conseguenze economiche e politiche dell’uscita dall’Unione Europea, diventasse una disputa di opinioni: solamente i sostenitori del “remain” potevano utilizzare argomenti economici, mentre il “leave” ha giocato principalmente sulla diffidenza dei cittadini nei confronti dei rifugiati provenienti dall’UE, cosa che ha toccato più nel profondo la popolazione.

Cosa c’entra tutto questo con le fake news? Contesti come quello della Brexit sono sempre più frequenti: pensiamo al dibattito sui vaccini, a quello sui migranti, alla fallacia del blocco dei posti di lavoro. In tutti questi casi, la verità scientifica perde terreno e viene superata dall’opinione di personaggi che non sono esperti in materia e distorcono la verità, fabbricando quindi fake news, per ottenere i consensi necessari.

In tutto ciò, se il giornalismo passa semplicemente il microfono da una parte all’altra della disputa, non fa altro che fomentare la distorsione di notizie e viene meno al suo ruolo di veicolo di verità. Non c’è niente di male nel sostenere le proprie opinioni con dei fatti, ma non viceversa, e il lavoro di informazione sarà tanto più efficace quanto le due cose saranno distinguibili e riconoscibili. Il giornalismo deve dare uno strumento ai cittadini attraverso il quale comprendere dove risiede la verità.

Tuttavia, come già riporta l’articolo “Libertà di stampa: perché la democrazia non è una garanzia”, l’Italia è annoverata tra gli Stati con libertà di stampa parziale: potrebbe essere che i giornalisti si sentano frenati a prendere una posizione e temano per la propria reputazione?

 

LA DITTATURA DELLA MAGGIORANZA

Cosa dobbiamo trarre dalla sempre più frequente popolarità di opinioni prive di supporto empirico? Forse che abbiamo perduto la fiducia nella scienza e nella verità fattuale? Oppure semplicemente che ci affidiamo all’opinione della maggioranza, che sia essa veritiera o solo un luogo comune? Effettivamente, sia politici che giornalisti rappresentano i pilastri fondamentali della nostra democrazia: da un lato la rappresentazione popolare a seguito di elezioni competitive, dall’altro la libertà di stampa, di pensiero. Da una parte la vittoria della maggioranza, dall’altra il trionfo della libera opinione, quella personale, una tendenza che rende l’uomo incentrato su se stesso, chiuso nei confronti di dibattiti costruttivi e riscontri. Quando mai nei talk show televisivi i partecipanti ad una disputa si supportano a vicenda e ammettono che la posizione dell’avversario sia ragionevole? Ormai si discute per l’intrattenimento del pubblico e per fare audience, in maniera sterile e chiusa.

È così che, forse, se vogliamo puntare il dito contro qualcuno per la diffusione di fake news, dovremmo additare la democrazia stessa: il consolidato concetto di “la maggioranza vince” fa sì che, anche se la verità risiede nelle mani dei pochi, siamo più inclini a dare retta all’opinione dei molti. Tuttavia, come diceva già Galileo Galilei nel suo Saggiatore (1623), “La verità scientifica non si stabilisce per alzata di mano. Diffidare sempre del consenso della maggioranza; preferisco il dissenso delle minoranze (intelligenti).”

Attenzione, l’Italia è una democrazia liberale, cioè fondata sul principio della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Alcuni suoi principi e valori non vengono messi in discussione dalla maggioranza e non sono risultato di un plebiscito, al massimo dipendono dalla volontà dei cittadini a livello costituzionale. Ciò non toglie che uno dei più grandi limiti della democrazia moderna sia proprio la dittatura della maggioranza, come la definì Alexis de Tocqueville, secondo cui l’opinione che risiede nelle mani dei più numerosi è considerata la più corretta.

 

LA BUFALA PIU’ GRANDE DI TUTTE

Le fake news sono proprio questo. Una dittatura della maggioranza, l’approvazione e diffusione spassionata di notizie scottanti, ben più popolari e interessanti di quelle veritiere. E la bufala più grande di tutte afferma che possiamo risolvere il problema: questo fenomeno, complementare alla stampa e alla politica da secoli, è ora agevolato dai social media in maniera tale che sembra improbabile eradicarlo del tutto. Al massimo, potremo arginarlo.

Il professor Puglisi ha individuato tre possibili soluzioni: innanzitutto, negli show televisivi sarebbe necessario avere un team di esperti che ricerchino in tempo reale se è stata riferita una fake news. In secondo luogo, egli sottolinea il ruolo fondamentale che può giocare il cosiddetto arbitraggio argomentativo: è sufficiente trovare un solo punto debole dell’oppositore, un unico elemento che falsifichi la sua tesi senza ombra di smentita, per screditarlo definitivamente e fargli perdere credibilità. Infine, urge l’alfabetizzazione economica e finanziaria della popolazione, altrimenti facilmente manipolabile.

Tutto ciò, a patto che politica e giornalismo collaborino in maniera genuina e non si combattano a vicenda, il che sarebbe la più grande novità della società moderna da quando le fake news sono entrate in circolazione.

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