Libertà di stampa: perché la democrazia non è una garanziaTempo di lettura stimato: 4 min.

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Macchina del fango, fabbrica del falso, complottista: gli epiteti che le vengono affibbiati non le fanno sconti. Stiamo parlando dell’informazione, di questi tempi scomodata persino dalla democrazia, la paladina di tutte le libertà e di tutti i diritti. Se è vero che il lavoro dei giornalisti è continuamente messo alla prova dai regimi dittatoriali, come l’uccisione del cronista saudita Jamal Khashoggi ha recentemente evidenziato, d’altro canto non serve allontanarsi troppo per rendersi conto che la libertà di stampa non è poi così scontata neppure dove vige lo stato di diritto.

Numeri alla mano, il nostro Paese non fa una bella figura: siamo solo 46esimi nel 2018 World press freedom index redatto da Reporters senza frontiere, preceduti di un posto dagli Stati Uniti. Non finisce qui. Interferenze e attacchi provenienti dal mondo politico, conflitti di interesse, nonché intimidazioni ai giornalisti da parte della criminalità organizzata sono solo alcuni dei motivi per cui Freedom House classifica l’Italia tra gli Stati con libertà di stampa parziale. Perché allarmarsi?

Incastonata nell’articolo 21 della Costituzione italiana, la libertà di stampa è una gemma alla quale la democrazia non può rinunciare. Aveva ben chiaro in mente il ruolo dell’informazione Thomas Jefferson, che disse: “Se dovessi scegliere fra un governo senza la libera stampa e la libera stampa senza un governo, sceglierei la stampa”. Contemporaneamente, ne riconosceva il valore anche lo statista britannico Edmund Burke, il quale si sarebbe rivolto ai giornalisti parlamentari esclamando: “Voi siete il quarto potere!”.

Ma da ogni potere derivano grandi responsabilità. Il dovere della stampa è quello di osservare, fare domande, verificare e informare nella maniera più completa e fattuale possibile. L’intento è nobile: garantire certezza e trasparenza, per dare ai cittadini uno strumento attraverso il quale comprendere dove risiede la verità e pretendere così onestà e responsabilità da chi è al potere. È evidente che libertà non sia sinonimo di sregolatezza e che anche il mondo dell’informazione debba seguire regole ben precise per evitare di imbrogliare i lettori. Del resto, la sopravvivenza della stampa è vincolata alla fiducia che il pubblico ripone in essa. Una fiducia che orbita attorno alla qualità delle notizie e all’affidabilità dei contenuti.

Purtroppo, la stessa credibilità che lega l’informazione agli individui viene sempre più logorata dalle invasioni di campo dei politici. Il rischio che ne deriva è serio: minando l’attendibilità dei mezzi stampa, il pubblico è portato a svalutarne i contenuti anche quando questi onorano effettivamente il loro mandato di garanti del vero. Gli esempi non mancano. Se per Trump la stampa è “disonesta” e “nemica del popolo americano”, per Di Maio i giornalisti non sono che “sciacalli” e l’augurio è che varie testate possano presto chiudere i battenti. Attacchi simili non rientrano solo nell’ottica di disinformazione della quale i populisti si nutrono. Trovano spazio in qualsiasi orientamento politico e inquinano il giornalismo da ogni direzione. L’ironico concorso lanciato da Renzi per scegliere la peggior prima pagina dei quotidiani italiani non è una diversa forma di bullismo nei confronti del mondo dell’informazione.

“Fake news” è ormai l’espressione preferita dai governi, che scelgono di dismettere in questo modo le inchieste a loro avverse. Queste etichette di contraffazione non sono che un’arma usata per erodere sistematicamente la fiducia dei cittadini nei mezzi di informazione, il cui controllo sfugge agli stessi politici. Il pericolo non dimora tanto nei messaggi propagandistici che i governanti indispettiti veicolano, quanto piuttosto nella convinzione, superficiale, che esista davvero una manipolazione delle notizie dal sapore vendicativo e intenzionalmente ostile all’operato delle cariche pubbliche. Una convinzione che prende piede facilmente tra persone sempre meno attente e più disinformate.

Senza penetrare a fondo nei contenuti degli annunci politici e astenendoci dall’usare lo spirito critico che ci rende umani, ci adagiamo ad ascoltare e rilanciare solo ciò che è affine al nostro pensiero e alla nostra ideologia. Ci lasciamo convincere con leggerezza dai tuttologi del web, che in quanto a “bufale” non mancano certo d’inventiva. Alle volte diventiamo noi stessi giornalisti fai da te, illudendoci di aver superato il modello di mediazione su cui si basa l’informazione professionale. La verità è però un’altra. Sfuggendo alla verifica dei fatti, possiamo solo prendere in prestito i modi, non le qualità, di coloro che mediatori lo sono di mestiere. Come può la democrazia prosperare fra tanta approssimazione?

Le criticità purtroppo non mancano neppure nel mondo della stampa medesima. C’è da chiedersi se il giornalismo non si stia lasciando trainare sempre più dagli interessi economici verso spettacolarizzazioni e sensazionalismi di scarsa qualità. L’informazione non è merce di scambio, e come tale non può permettersi di essere “piaciona” per fare audience. Da tutelare non è solo la sua indipendenza dalla sfera politica, alla quale deve fare da contraltare, bensì anche quella dalle pressioni commerciali. Nel mondo digitale in cui i millantatori regnano sovrani, serve un’informazione di qualità che faccia davvero la differenza.

E allora il monito va a tutti: alla classe dirigente, ai cittadini e all’informazione. Ai primi l’invito è quello di riconoscere il ruolo della stampa come pilastro della democrazia, nonché come una delle regole del gioco. Per il pubblico l’avvertimento è che l’educazione, o meglio il dovere di informarsi, sta alla base di qualsiasi libertà i cittadini pretendano di avere in democrazia. Infine, l’esortazione al giornalismo è quella di alzare la posta in gioco e non barattare il proprio valore e scopo, perché senza una stampa vigile chi può portare a galla la verità?

 

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