Brexit mette a nudo le difficoltà della democrazia direttaTempo di lettura stimato: 8 min.

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Cos’è la democrazia diretta?

Negli ultimi tempi, si parla sempre più spesso di democrazia diretta. È nato persino un gruppo nel Parlamento Europeo che ne fa una vera e propria bandiera politica: l’EFDD, Europe for Freedom and Direct Democracy.

Ma che cos’è la democrazia diretta? Si tratta di un tipo di consultazione popolare che, come dice la parola stessa, non prevede la presenza di intermediari: il popolo (o la parte di esso coinvolta) partecipa direttamente, con il proprio voto, al processo decisionale.

Questo tipo di strumento nacque nell’antica Grecia, più precisamente ad Atene, dove il popolo veniva consultato direttamente per prendere numerose decisioni, la più importante delle quali era probabilmente l’ostracizzazione (ossia l’espulsione di qualcuno dalla comunità ed il suo conseguente esilio dalla città).

La democrazia diretta è poi scomparsa, perché nella Roma repubblicana non esistevano forme di consultazione popolare: tutto era deciso per assemblee o attraverso l’elezione di intermediari di vario tipo. L’unico elemento di democrazia diretta che si può identificare in questo lungo periodo è il meccanismo del plebiscito, comunque poco utilizzato, che però veniva spesso manipolato per vantare il supporto del popolo.

La prima democrazia moderna, nata in Inghilterra in seguito alla Guerra Civile inglese, è rimasta orgogliosamente fino ad oggi una democrazia rappresentativa, vale a dire una democrazia che funziona appunto attraverso l’elezione di rappresentanti (i parlamentari), che si trovano a legiferare in un’apposita assemblea (la Camera dei Comuni e la Camera dei Lord, che riunite formano il Parlamento). Jean-Jacques Rousseau, vivo sostenitore della democrazia diretta, criticò aspramente questo sistema, sostenendo che gli inglesi fossero liberi solamente una volta ogni cinque anni, quando cioè si recavano alle urne.

Il buon Rousseau non teneva conto del fatto che gli inglesi potessero sempre ritrovarsi, manifestare, dichiarare liberamente ciò che pensavano e mettere pressione ai loro stessi rappresentanti, perché rispettassero il loro mandato.

Senza dilungarmi troppo a lungo su questa questione, vorrei presentare una situazione molto spinosa e tremendamente attuale, che ritengo metta a nudo i principali difetti di questo strumento.

C’è un elemento di democrazia diretta che viene spesso utilizzato nelle moderne democrazie occidentali (che sono di tipo rappresentativo): il referendum, ossia la votazione dell’intero elettorato su una determinata questione. C’è un referendum in particolare su cui vorrei indirizzare l’attenzione del mio lettore: quello sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, operazione meglio conosciuta con il neologismo Brexit. Sia chiaro: non ho intenzione di discutere sulla questione in sé, né di sostenere un’opzione rispetto alle altre. Quella che voglio evidenziare è una debolezza esclusivamente tecnica di questo strumento decisionale.

Brexit

Era il 23 giugno 2016, e ben pochi avevano previsto l’esito del referendum. Vinse il Leave, il voto per uscire, con un margine non ampissimo, ma sufficiente a non lasciare dubbi.

Fonte: Electoral Commission

Ed ecco, la più chiara espressione della volontà popolare: il Regno Unito aveva votato per uscire dall’Unione Europea. Benché il referendum non avesse valore legale, i Conservatives (partito di governo) lo presero molto seriamente, nonostante una larga fetta del partito stesso avesse sostenuto la campagna del Remain.

Ma fino a che punto gli inglesi avevano votato per uscire? Analisi successive, condotte da Statista, mostrano come, tra i votanti con meno di 50 anni, abbia marcatamente vinto il Remain. Se si guarda la fascia giovanile, i risultati sono impressionanti: il 61% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha votato per rimanere; tra le ragazze, il risultato arriva all’80%. Un successo simile lo conquista il Leave tra gli over 65, dove vince tra gli uomini con il 62% e tra le donne con il 66%. Insomma, un vero e proprio scontro generazionale.

Non è finita qui. Poco dopo l’esito, infatti, sono stati rilasciati i dati sulla distribuzione geografica del voto, e anche questa rivela un aspetto molto interessante della questione:

“Remain” in giallo, “Leave” in blu. Voto distribuito per area geografica

Fatta eccezione per la regione di Londra, la mappa rivela una separazione geografica altrettanto d’effetto: Inghilterra e Galles hanno votato per abbandonare l’Unione, Scozia e Irlanda del Nord per rimanervi. Anche questo rappresenta uno scontro che ha acceso un fortissimo astio tra le parti coinvolte, dividendo nettamente il regno. Nicola Sturgeon, leader del Partito Nazionale Scozzese, ha persino minacciato di ripetere il referendum sull’indipendenza della Scozia. In modo simile, il risultato ha ravvivato anche le spinte per l’unione delle due parti d’Irlanda.

Oltre a questi due sentitissimi conflitti, ve ne sono altri secondari: ad esempio, la distinzione per reddito, per livello d’istruzione, per sesso e altri ancora, che lascerò alla curiosità del mio lettore.

A questo punto, resta da spiegare perché parlare di Brexit proprio ora. Chi segue il nostro blog dovrebbe essere già familiare con le difficoltà che il cabinet guidato da Theresa May sta affrontando per poter portare a termine questa complessa uscita. Saprà anche che il futuro del Regno Unito, a due anni da quel voto che avrebbe dovuto rappresentare definitivamente la volontà popolare, è ancora tutt’altro che certo

Il governo in carica ha infatti ultimato con l’Unione Europea un accordo per l’uscita, chiamato government’s deal o May deal, dal nome del Primo Ministro che l’ha concluso. Questo accordo però è ben lungi dall’essere considerato l’accordo perfetto – non soddisfa infatti i Remainers, che volevano essere più legati all’UE, e non soddisfa i Leavers, che volevano tagliare tutti i ponti -, ed ha fatto nuovamente esplodere tutte le difficoltà che il voto precedente aveva comodamente ignorato.

Di fatto, al Regno Unito si presentano tre possibilità: rimanere nell’UE (la Corte Europea di Giustizia ha infatti stabilito che può ancora annullare unilateralmente il processo di uscita), uscirne secondo i termini del May deal, oppure uscirne senza alcun tipo di accordo (la cosiddetta hard Brexit o no-deal Brexit). Ed ecco un nuovo problema per la democrazia diretta: come decidere?

The Will of the People

L’agenzia Survation ha condotto un vasto sondaggio per vedere come la pensa il popolo inglese. Proviamo a vedere i risultati delle tre possibili domande da porre:

Nel primo caso si pone un’alternativa tra rimanere nell’Unione oppure uscirne secondo i termini del May deal. Il Remain ha un margine di 9 punti sul May deal, con un 17% di indecisi.

Nel caso in cui si dovesse porre un’alternativa tra May dealNo deal, l’indecisione sarebbe molto più alta, con un valore di 24%, quasi un quarto del totale. Il No deal sembrerebbe però essere preferito, con soli 6 punti di vantaggio.

Il risultato più certo pare essere quello di un confronto fra Remain No deal, che vede un’indecisione dell’11%, ma con il 50% delle preferenze già assegnate al Remain, con 10 punti di stacco rispetto al No deal.

I risultati creano una bella confusione. Il Remain è preferito sia al No deal che al May deal, ma ha perso il referendum del 2016 contro il Leave. Il No deal, invece, è preferito rispetto al May deal, ma con un margine meno ampio e con una astensione molto più acuta.

Survation decide allora di dare la possibilità ai propri intervistati di dare due voti: uno per la prima scelta e uno per la seconda scelta. Ecco i risultati:

Queste risposte, anziché fare chiarezza, confondono ulteriormente la situazione. Di certo questo sondaggio fornisce un’opinione più completa, ma come valutarla? Un metodo potrebbe essere quello di assegnare un valore di 2 voti alla prima scelta e un valore di 1 alla seconda, tenendo quindi conto dell’ordine delle preferenze. Il risultato sarebbe il seguente:

Il Remain vincerebbe con un ampio margine sulle due alternative. Tuttavia, proviamo a vedere gli stessi risultati se, anziché dare valore 2 alla prima scelta, le assegniamo valore 1.5:

In questa situazione vincerebbe invece il May deal, anche qui con un margine ampio (guardando il grafico più in alto, è facile capire il perché: il Remain riceve più prime scelte di tutti, mentre il May deal riceve più seconde scelte). Eppure, in una votazione tra May deal e no deal, come visto sopra, vincerebbe il no deal! Non è tutto: tra no deal e Remain, infatti, vincerebbe il Remain.

I mille e uno referendum

Sono stati in molti a proporre, come soluzione a questa impasse, di tenere un secondo referendum. Tuttavia, il referendum è sempre una semplificazione, e con ogni probabilità porterebbe a una situazione analoga. È vero: se vincesse il Remain, non ci sarebbero decisioni da prendere, e la semplificazione potrebbe essere accettata. Ma quale senso avrebbe, a tal punto, un referendum di cui è valido solo uno dei due possibili risultati?

È legittimo anche cambiare idea, ma si può cambiare idea anche dall’oggi al domani. Si potrebbe aver tempo per andare a votare oggi, ma non domani. Il risultato del referendum, in sostanza, non sarebbe il medesimo nemmeno se esso venisse tenuto il giorno dopo, o persino qualche ora dopo. Una volta che si è deciso di tenere un referendum, ripeterlo farebbe venire meno il senso di farne uno in principio.

Dove voglio arrivare?

Il motivo per cui ho voluto condurre questo piccolo esperimento è presto detto: come dimostrano i risultati che ho qui esposto, basta cambiare il quesito per ottenere un risultato diverso. Siamo dunque sicuri che scegliere il referendum, ignorare le divisioni generazionali, quelle geografiche, quelle di sesso ecc. per poter semplificare un voto, sia la strada giusta? Tutto il potere sarebbe a questo punto in mano a chi decide quale domanda comparirà sulla scheda finale: come ho mostrato, si può fare in modo di far vincere ognuna delle 3 possibilità, basta scegliere il modo giusto di formulare la domanda. È questa la democrazia che vogliamo?

Tyranny of the Majority

La democrazia diretta è un’espressione di potere che John Stuart Mill avrebbe definito Tyranny of the Majority: Tirannide della Maggioranza. Uno dei principali compiti della democrazia è quello di proteggere, tutelare le minoranze. Questo tipo di democrazia, che impone il volere della maggioranza su tutti quanti, va contro questo principio. Perdipiù, lo fa per inseguire la volontà di un’entità astratta come può essere “il popolo”, che è fluido e in continuo cambiamento. Non solo: come abbiamo dimostrato, si presta a facili manipolazioni, come del resto sono state adoperate più volte nella storia.

Appiattire le decisioni su una sola domanda, due sole alternative, renderla take-it-or-leave-it (prendere o lasciare) ignora la complessità di qualsiasi questione. Al contrario, le democrazie rappresentative risolvono questa difficoltà facendo scontrare le diverse idee in una assemblea, permettendo l’arrivo a un compromesso. In Parlamento tutti possono portare la propria idea.

Non facciamoci dunque tentare dalla democrazia diretta: miglioriamo il sistema, protestiamo democraticamente, facciamo valere le nostre opinioni.

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