Uno sguardo ai problemi e al destino dell’euroTempo di lettura stimato: 5 min.

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L'euro, la moneta unica dell'eurozona, è entrato in circolo il 1° gennaio 2002. Oggi porta con sè tanti problemi, e il suo destino è più che mai incerto

Oggi viviamo all’interno di un’Unione Europea a più velocità, ovvero con livelli di integrazione che variano da paese a paese. Alcuni (12) paesi sono nell’area Schengen, 28 (aspettando di vedere cosa farà il nuovo Regno Unito guidato dal neopremier Boris Johnson) nell’Unione Europea e 19 nell’eurozona. Riguardo a quest’ultima, nel dibattito odierno spuntano spesso alcune domande: che cos’è la moneta unica? Perché alcuni leader europei hanno deciso di rinunciare alle loro politiche monetarie? Quali sono i problemi e il destino dell’euro?

Origine e teoria dell’euro

Partendo dalla sua definizione, il sistema dell’euro è una forma di tasso di cambio fisso tra i paesi aderenti all’eurozona. Prima di esso, quando la Comunità Economica Europea fu fondata, i paesi avevano tra di loro tassi di cambio flessibili, come avviene oggi per esempio tra euro e dollaro, dove non c’è coordinamento di politiche monetarie tra Fed e Bce. Dopo il “serpente monetario europeo” del 1972, gli stati appartenenti all’allora CEE firmarono nel 1979 un accordo che stabiliva la nascita del Sistema Monetario Europeo (Sme). Questo nuovo sistema prevedeva l’obiettivo di mantenere tassi di cambio prefissati più o meno fissi, e istituiva l’obbligo per ogni paese di attuare politiche monetarie adatte a ristabilire il cambio dentro la banda concordata in caso di shock economici. L’accordo fu firmato con l’intenzione di evitare un altro decennio di grande inflazione all’interno dei paesi, come era stato quello precedente. Questo processo storico ha poi portato alla creazione del disegno dell’euro durante le negoziazioni per il trattato di Maastricht, che ha posto le basi per l’eurozona.

Foto dei firmatari del Trattato di Maastricht, 1992, che ha posto le basi per la creazione dell’euro.

 

Rappresentazione grafica della Trinità Impossibile, teorema alla base dell’origine dell’euro.

Per capire i motivi che hanno spinto i leader europei di allora alla realizzazione dell’unione monetaria, occorre spiegare un piccolo teorema, chiamato “Impossible Trinity” (“Trinità Impossibile”). Secondo questa teoria, che è basata su un’analisi empirica dei dati, in un paese non è possibile avere allo stesso tempo piena mobilità dei capitali, un tasso di cambio fisso e una politica monetaria autonoma. Nell’unione monetaria ovviamente manca l’ultimo elemento: infatti, con il trattato di Maastricht 12 paesi hanno deciso di rinunciare ad avere una politica monetaria autonoma, cedendo quindi un pezzo di sovranità nazionale alla Bce.

Secondo i sostenitori dell’euro, la moneta unica porta dei benefici: riduce i costi di transazione, riduce l’esposizione alle fluttuazioni di monete internazionali, sfrutta il principio della concorrenza nel mercato unico per favorire il consolidamento industriale e quindi la crescita economica.

I problemi dell’euro

Ma quali sono i problemi dell’euro oggi, e successivamente quale il suo destino? Prima di tutto, non esistono modalità automatiche per far fronte agli shock asimmetrici. Dopo il trattato di Maastricht si pensava che i paesi dell’Unione avrebbero vissuto una convergenza economica (ovvero, quando i paesi meno sviluppati crescono ad un tasso di crescita economica più alto di quello dei paesi più sviluppati), e quindi di conseguenza un numero minore di shock asimmetrici. Questo non è ovviamente accaduto, e ad oggi questi meccanismi di compensazione (come per esempio sono i “fondi federali” negli Stati Uniti) sono completamente mancanti. Riguardo a questo, la dimensione culturale ed extra-nazionale gioca un ruolo fondamentale. Quando c’è un grave shock economico all’interno di un paese, come per esempio la crisi della lira tra il 1992 e il 1993 in Italia, una redistribuzione economica (per esempio nord-sud) è socialmente accettata. Questo risulta semi-impossibile se questo trasferimento deve avvenire dalla Germania verso un paese periferico come per esempio la Grecia. Un ulteriore modo per compensare shock economici sarebbe quello di muovere la forza lavoro dove vi è più domanda di essa. In altre parole, se una crisi economica crea disoccupazione in Italia, mentre in Germania l’economia è in forte crescita e c’è domanda di forza lavoro da parte di aziende tedesche, un modo per riequilibrare il mercato sarebbe quello di mandare lavoratori italiani in Germania. Questo è chiaramente molto più complesso nell’eurozona rispetto al livello nazionale, poiché vi sono problemi come la lingua, la distanza, etc.

Un altro ovvio e molto discusso problema che l’Unione deve risolvere è la mancanza di legittimità politica, che si riflette inevitabilmente sul destino dell’euro. Questa carenza si traduce nella grande difficoltà da parte della Commissione Europea di tenere sotto controllo i bilanci pubblici dei paesi membri. Tuttavia, gli squilibri dal punto di vista delle finanze pubbliche aumentano la probabilità di shock asimmetrici, alimentando il circolo vizioso descritto in precedenza. In altre parole, l’assenza di una politica fiscale comune tra i paesi dell’eurozona rende ancora più complesso il lavoro della Bce nel cercare di assorbire gli scompensi economici all’interno dell’area.

La reazione ai problemi e il destino dell’euro

Mario Draghi, Presidente uscente della Bce, è stato fondamentale nell’affrontare i problemi dell’euro durante la crisi, determinandone inevitabilmente il suo destino nei prossimi anni.
[crediti foto: InvestireOggi]
La domanda che sorge quindi spontanea è che cosa i paesi abbiano fatto, anche dopo la crisi finanziaria globale e la crisi dei debiti sovrani in Europa, per risolvere i problemi descritti in precedenza. Prima di tutto, dopo il default della Grecia che ha dato inizio alla crisi dell’eurozona, si è creato un fondo “salva-stati”, inizialmente chiamato Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF). Per aggirare la “no bail-out clause” scritta nel trattato di Maastricht, che stabilisce che un paese non può direttamente salvare un altro paese membro dal default, questo trasferimento alla Grecia avveniva in maniera bilaterale. Successivamente, ignorando sempre di più questa clausola, il FESF si è trasformato nel Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), un fondo più strutturato che può esso stesso andare a fare debito nei mercati. Ad oggi, esso conta solo 80 miliardi, ed è quindi chiaro che questo rappresenta un aiuto per i paesi piccoli dell’Unione, poiché i paesi “too big to fail” (troppo grandi per fallire, come spesso è stata definita l’Italia) sono spesso anche “too big to bail” (troppo grandi per essere salvati). Altre misure adottate negli ultimi anni sono state il grande stimolo monetario da parte della Bce, che ha abbassato al minimo i tassi d’interesse e ha lanciato programmi straordinari come il Quantitative Easing; un più forte coordinamento delle politiche di bilancio tra i paesi per avere più credibilità sui mercati; la creazione di Meccanismo di Vigilanza Unico per il sistema bancario (MVU) e un Meccanismo di Risoluzione Unico (MRU) delle banche.

Il più grande dei problemi dell’Unione rimane la mancanza di una politica fiscale comune a livello europeo, che, come detto, resta un aspetto di fondamentale importanza anche per il destino dell’euro. Essa sarebbe un grande passo verso un’integrazione non solo politica, ma anche economica che aiuterebbe di certo a completare il disegno di unione monetaria nato a Maastricht. Questo è il bivio in cui i politici europei e nazionali si trovano oggi. Quale strada si prenderà nei prossimi anni sarà determinante per i destini dell’eurozona e dell’intera Unione Europea.

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