Tutti a casa, o forse no: che fare dei foreign fighters?Tempo di lettura stimato: 2 min.

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Scene di distruzione in Siria, dove si attende l'espugnazione dell'ultima enclave dello Stato Islamico a Baghuz

Mentre avanza il conto alla rovescia per la sconfitta dello Stato Islamico, non finiscono i guai per l’Europa: che fare dei foreign fighters? Solo qualche giorno fa, sabato 16 febbraio, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiedeva agli alleati europei di riprendersi e processare i propri combattenti, ora in mano ai curdi in Siria. L’alternativa più plausibile è che essi vengano rilasciati: non costituendo uno Stato, le forze curde posseggono corti di giustizia alquanto rudimentali, ma soprattutto, senza la protezione degli americani, la loro priorità sarà difendersi dai plausibili attacchi dell’esercito turco o del regime di Assad.

Ma diamo la parola ai numeri. Secondo l’ultimo rapporto dell’ISPI, sono circa 40mila i volontari (compresi donne e bambini) partiti alla volta di Siria e Iraq. Tra loro, 5-6mila formano il contingente di jihadisti europei: 1.900 individui provengono dalla Francia, Regno Unito e Germania ne contano un migliaio ciascuno, mentre 500 sono belgi. Minore la quota italiana, con 135 individui monitorati nel 2018 dalle autorità italiane.

Il rimpatrio dei foreign fighters è delicato in primis dal punto di vista dei processi giudiziari. Il primo ostacolo riguarda la raccolta di prove in un teatro di guerra. Rimane poi da capire che trattamento destinare a chi non ha partecipato direttamente ai combattimenti: è questo il caso di tante donne. Ben oltre le questioni giuridiche, va definito un sistema di riabilitazione e supporto psicologico per i minori, cresciuti a suon di indottrinamento e addestramento militare. Non da ultimo, sarà fondamentale monitorare i combattenti finiti in prigione, visto che le carceri si sono spesso dimostrate essere incubatrici di processi di radicalizzazione.

E allora qual è stata la risposta dei principali protagonisti europei? Germania, Francia e Regno Unito sembrano rispedire al mittente l’appello americano. Del resto, pochi politici vorrebbero rendersi responsabili di aver riportato a casa individui potenzialmente pericolosi. Negli ultimi giorni tiene banco il caso di Shamima Begum, diciannovenne britannica che chiede di rientrare in patria quattro anni dopo essere scappata in Siria per sposare un combattente dello Stato Islamico. Facendo leva sulla sua presunta possibilità di richiedere il passaporto bengalese, le autorità inglesi sembrano risolute nel negarle la cittadinanza britannica, impedendole così il rientro. Ma nel frattempo neppure il Bangladesh pare voglia ammetterla nel Paese. Che questo rimbalzo di responsabilità tra Stati sia il destino a cui tanti altri combattenti andranno incontro?

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