Sudan, democrazia all’orizzonte o ritorno al passato?Tempo di lettura stimato: 1 min.

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Dopo mesi di proteste, ad Aprile la deposizione del presidente Al-Bashir – sotto processo della Corte internazionale di giustizia per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio – aveva portato alla creazione di un temporaneo regime militare. In accordo con la coalizione d’opposizione, le forze armate avrebbero dovuto governare il paese per ancora tre anni, periodo ritenuto necessario per smantellare il sistema politico ancora fortemente legato ad Al-Bashir e permettere elezioni eque e trasparenti.

Ieri i leader del neonato governo militare sudanese hanno annunciato che faranno carta straccia degli accordi firmati con la coalizione d’opposizione e porteranno il paese alle elezioni nel giro di nove mesi. Il capo del Consiglio Militare di Transizione, al governo dal colpo di stato che ha rimosso l’ex presidente, ha annunciato che interromperanno le negoziazioni con l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento e annulleranno gli accordi presi finora.

La mossa segue settimane di violenza e proteste represse, che hanno provocato 60 morti e centinaia di feriti. Nel frattempo le Nazioni Unite e l’Unione Africana hanno chiesto che venga condotta un’indagine indipendente sul caso e hanno invocato la cessazione dell’uso della forza. Si teme che le elezioni imminenti possano riaccendere le simpatie per il vecchio regime e ricostituire un sistema simile a quello appena crollato.

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