Stati Uniti ai ferri corti? Se l’isolazionismo non ripagaTempo di lettura stimato: 1 min.

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A poco più di un anno dalle elezioni presidenziali americane le politiche economiche dell’amministrazione Trump mostrano i primi segni di cedimento. Durante il suo mandato the Donald si è reso famoso per il suo braccio di ferro con la Cina e per l’impronta protezionista e anti global con la quale ha imposto al gigante asiatico pesanti tariffe sull’importazione. Tuttavia, il deficit commerciale americano – ossia la differenza fra il valore dei beni importati e quelli esportati – è oggi ai massimi storici degli ultimi dieci anni: un duro colpo per il presidente, che aveva fatto della riduzione del deficit uno dei suoi cavalli di battaglia.

Imponendo pesanti tariffe sull’importazione dei beni cinesi e spingendo per la predilezione del “made in the USA”, Trump avrebbe voluto aumentare i costi d’importazione, scoraggiando l’acquisto di beni stranieri e diminuendo dunque il deficit commerciale. Due sono le cause di questo flop epocale. In primis, gli sgravi fiscali implementati da Trump hanno alimentato i consumi da parte di cittadini, che hanno speso in beni stranieri. In secondo luogo, il dollaro in crescita ha reso i beni americani più costosi e meno competitivi sul mercato internazionale, portando il deficit alle stelle.

Nel frattempo, la Cina sembra aver colto la palla al balzo per coinvolgere l’Italia, primo fra i paesi del G7, nel grande piano di investimento infrastrutturale (la Via della seta) voluto dal presidente Xi. Il nostro paese seguirebbe dunque la scia di numerosi paesi africani che da tempo sono teatro di ingenti investimenti cinesi. Il tutto sotto gli occhi allarmati deli Stati Uniti, che si dicono preoccupati della sempre più probabile intesa fra Cina e Italia. Le trattative sono ancora in corso: riuscirà l’amministrazione Trump a boicottare ancora una volta il suo principale avversario economico?

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