Sodalizio Trump-Putin, pericoloso o pericolante?Tempo di lettura stimato: 5 min.

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La complicità fra i leader delle due superpotenze tradizionalmente perno degli equilibri geopolitici globali è prima di tutto umana, più che politica o affaristica.  È sin dagli albori del mandato presidenziale di Donald Trump, nel lontano 20 gennaio 2017, che il rapporto ondivago con il monolitico Vladimir Putin viene bersagliato dai media internazionali.

Ma a quando risale la genesi di quella che è stata a più riprese definita come una “strana coppia”?  A parere di alcuni (non ultimo il giornalista Craig Unger, autore del libro “House of Trump, House of Putin: the Untold Story of Donald Trump and the Russian Mafia”), tutto ha avuto inizio quando colui che un tempo era solo un costruttore newyorkese, con i conti delle sue molteplici imprese in rosso, ha trovato conforto fra le braccia della Grande Madre, o meglio nei floridi introiti della mafia russa. In tal caso, però, dovremmo supporre che il legame a doppio filo fra gli attuali tycoon di Washington e Mosca sia stato intessuto già a partire dagli anni Ottanta, il che non consente di trovare un vero e proprio collegamento con il presente. La strategia di disinformazione contro la Clinton ed il Russiagate (termine inflazionato nella “macchina del fango” ideata ad hoc per The Donald) costituiscono forse l’indizio più tangibile sul momento in cui è scattata la scintilla. Ma la tesi del Kompromat, della compromissione, non è sufficiente a giustificare lo scroscio di applausi che ha accolto il 9 novembre 2016 alla Duma Vyacheslav Nikonov, leader di Russia Unita (partito nato per sostenere Putin), all’atto di annunciare l’esito delle presidenziali americane. E non basta neanche a spiegare quella sintonia che caratterizza gli approcci diretti fra i due, malgrado la necessità di ricorrere ad interpreti per comunicare. È stato forse il background culturale ed ideologico comune ad entrambi il galeotto? Sono stati i loro obiettivi politici affini la ragione alla base di questa corrispondenza oltreoceano? Da un lato, Putin è molto coerente e determinato nel perseguimento di quella Realpolitik volta a riportare la Grande Russia sulla vetta del mondo. Quindi, via libera alla riappropriazione statale delle risorse minerarie, al recupero di prestigio a livello internazionale e alla restaurazione della potenza militare e nucleare, a lungo trascurata e sicuramente non più all’altezza degli standard di un tempo.

E se è vero che in Medio Oriente il Behemoth (vd “Terra e Mare”, Carl Schmitt) ha digrignato i denti, divenendo così arbitro nel contesto della contesa siriana; se ha strappato la Crimea all’Ucraina, riaffermando poi la sua supremazia sulle repubbliche baltiche e facendo il bello e il cattivo tempo in Europa, è anche vero che Putin è riuscito a camuffare l’implacabilità ferale alla base di tutti questi successi dietro alla folta barba del nazionalismo slavo e della chiesa ortodossa.

Ma sono forse l’intransigenza nei confronti del fondamentalismo islamico e la strenua difesa dei valori tradizionali alla base della civiltà dell’uomo bianco (in un fiero e incurante, seppure accorto, nazionalismo) i primi due elementi rispetto ai quali i due statisti si sono trovati da subito sulla stessa lunghezza d’onda, e su cui hanno gettato le basi di quella che sembrava un’intesa infallibile, imperniata sul do ut des, su un decisionismo volto alla prassi. E in tutti i rivolgimenti politici degli ultimi anni, a dispetto del logoramento di alleanze che sembravano ormai più che consolidate e con il parallelo intensificarsi di legami con forze euroscettiche e sovraniste, la Russia di Putin è rimasta per l’America di Trump un punto fermo, un baluardo di fierezza e volontà di potenza.

Spesso però, nelle relazioni di coppia c’è uno squilibrio fra le due parti, e tale sbilanciamento può portare alla lunga al naufragio del rapporto. In una storia sana questo scompenso dovrebbe essere costante e alternato, per poter bilanciare le due vite che si intrecciano e che, a seconda del momento, possono essere più o meno impegnative. E non è certamente un mistero chi fra i due sia la parte dominante e chi quella “succube”. A questo proposito, basti pensare all’enigmatico vertice a Helsinki, alle idi dello scorso luglio. Nessuno ha avuto notizia di ciò che i due si sono detti fino al momento della conferenza stampa, durante la quale Trump è parso alquanto confuso e incerto nel rispondere alle domande che gli sono state rivolte sul caso Russiagate. Solo, ciò che è stato piuttosto lampante è il fatto che fosse Putin a tirare i fili delle trattative, dichiarandosi sì disposto a collaborare con gli inquirenti americani, ma alle sue condizioni. Inutile descrivere il tumulto scatenatosi a Washington in seguito a queste vicende, a causa del quale Trump si è dovuto dichiarare pienamente fiducioso nelle risorse dell’intelligence americana in modo tale da placare gli animi.

Da questo episodio, così come dalla mera analisi di ciò che è avvenuto sul palcoscenico globale dacché l’attuale presidenza ha avuto inizio, risulta facile notare come la Russia abbia fatto passi da gigante verso l’obiettivo prefissatosi di tornare ad essere una superpotenza del calibro dell’URSS.

E a tale scopo, vitale risulta un’alleanza con l’altro gigante dei nostri tempi, l’Impero di Mezzo di Xi Jinping. Vostok 2018 è solo uno dei più recenti segnali di una saldatura fra Cina e Russia che sembra ormai inevitabile, a dimostrazione del fatto che il principio “divide et impera” che ha finora consentito agli USA di imbrigliare questi due potenti avversari non è in grado di ovviare al fatto che nella geopolitica non conta solo la politica, ma anche la geografia. La prossimità di Russia e Cina non può essere trascurata e rappresenta il principio della fine di quel rapporto di coppia che ha forse fatto il suo corso. Se finora Putin ha guardato a Trump come a un’occasione per avere accesso al Gotha delle superpotenze globali, ha probabilmente realizzato che, nonostante l’affinità politica e idealistica, le opportunità concrete che possono derivargli da un rapporto con l’America sono in realtà limitate. E in questo non è da trascurare il ruolo che il Congresso in mano ai Dem ha giocato nel minare la relazione fra i due, sin dal principio.

D’altro canto, le prime manifestazioni della gelosia di Trump non si sono fatte attendere: il 21 ottobre il presidente americano ha minacciato di ritirarsi dallo storico trattato sui missili nucleari firmato da Reagan e Gorbačëv nel 1987, accusando Mosca di non aver onorato gli accordi. Di tutto rimando, Putin si è dimostrato disposto a correre agli armamenti.

Che questo episodio sia presagio di un imminente divorzio? O si tratta solo di qualche scaramuccia fra coniugi, destinata a risolversi così come si è originata?

Sicuramente, nel momento in cui ci sono delle interferenze in una relazione a due, le cose si complicano, e non c’è garanzia che un sodalizio come quello prima in auge possa essere ripristinato.

 

 

 

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