Il Libano: un sistema confessionaleTempo di lettura stimato: 2 min.

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Dopo più di due settimane di proteste che hanno bloccato le strade del Libano l’élite sembra rispondere. In seguito alle dimissioni del Primo Ministro Saad Hariri del 29 ottobre (e la susseguente accettazione di queste da parte del presidente), vediamo un’altra figura importante fare passi avanti verso i manifestanti. Il Presidente del paese, Michel Aoun, ha infatti accolto la richiesta dei manifestanti di totale rinnovamento del sistema politico del paese, percepito come corrotto e incapace di provvedere ai bisogni dei cittadini.

Un sistema politico confessionale

Il Libano è una repubblica semi-presidenziale (ovvero un sistema dove il primo ministro e il presidente si dividono i poteri esecutivi in maniera più o meno equivalente) basata sul confessionalismo.

Infatti, sin dai tempi dell’indipendenza dalla Francia, la costituzione riconosce l’esistenza di 18 gruppi religiosi tra cui sono divise le cariche politiche del paese a tutti i livelli.

Le tre cariche più prestigiose del paese sono divise tra le tre principali fazioni religiose. Il presidente è un cristiano maronita, il primo ministro deve essere appartenente alla corrente sunnita dell’Islam mentre il presidente della Assemblea Nazionale è sempre un musulmano sciita.

Questo principio è presente anche nella stessa divisione dei seggi in parlamento. L’Assemblea Nazionale è composta da 128 deputati divisi equamente tra cristiani e musulmani secondo le disposizioni degli Accordi di Ta’if. Questi furono firmati nel 1989 per mettere fine a quindici anni di guerra civile tra i gruppi religiosi del paese, aggiornando le proporzioni tra le fazioni religiose in parlamento

Ogni seggio è infatti assegnato ad una religione e i correligionari si contendono il posto, dovendo cercare però supporto anche tra i membri di altre religioni in alcuni casi. Questo metodo fu introdotto per mantenere l’equilibrio e la pace tra le varie fazioni.

Il problema della corruzione

Nonostante tutti questi accorgimenti il sistema politico del Libano è sempre più soggetto di continui sprazzi di rabbia e insoddisfazione da parte dell’opinione pubblica.

I manifestanti attaccano l’alto livello di corruzione e l’impossibilità di ricambio in un sistema basato sui legami clientelistici che uniscono le comunità religiose e i loro rappresentanti politici.

Inoltre, la necessità di raggiungere un tale livello di compromesso tra diversi interessi ha causato una estrema lentezza nel sistema politico. Il governo dimissionario di Hariri è stato infatti formato dopo nove mesi di negoziati. Lo stesso presidente fu eletto dal parlamento nel 2016 dopo un periodo di vuoto durato 29 mesi, con 45 tentativi falliti di raggiungere un quorum.

Cosa prospetta il futuro?

Dopo più di 70 anni di confessionalismo i ceti più giovani della popolazione sembrano averne avuto abbastanza. In molti, vessati dalla stagnazione economica, stanno manifestando per il passaggio ad un regime meno influenzato dalla religione e per l’istituzione di un governo tecnocratico. Infatti, la mancanza di servizi fondamentali viene spesso imputata proprio al settarismo, che fa sì che le cariche più importanti vengano assegnate in base alla provenienza religiosa piuttosto che in base alla competenza.

 

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