Siria: un altro attentatoTempo di lettura stimato: 2 min.

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Soldati americani in un villaggio vicino a Manbij, città a nord-ovest della Siria

Ancora un attacco rivendicato dall’Isis. Ieri, a Manbij, città tra Aleppo e Eufrate a nord-ovest della Siria, un kamikaze ha causato la morte di almeno 21 persone. L’attacco è avvenuto nel ristorante “al Umarà” (I principi). Tra le vittime, oltre a numerosi civili, anche cinque soldati americani.

L’agenzia Amaq, ovvero il braccio mediatico dello Stato islamico, ha rivendicato l’attacco spiegando come il kamikaze avesse con sé una “cintura esplosiva”, azionatasi al momento del passaggio dei soldati americani davanti al ristorante. Ora la città è controllata da un piccolo contingente americano, che appoggia le forze di difesa locali, e dai curdi dello Ypg (ossia le forze di mobilitazione popolare), che nel 2016 avevano sconfitto le forze terroriste, prendendo il controllo della città.

La notizia è ovviamente subito arrivata a Washington. Recentemente, Donald Trump aveva annunciato un imminente ritiro dei 2000 soldati americani che sono da quattro anni nel territorio. Egli aveva affermato di aver preso questa decisione alla luce di un Isis che sembrava ormai sconfitto. C’è chi infatti legge questo attentato come un’immediata risposta al presidente americano. Ora resta quindi da capire quale sarà la linea strategica che l’amministrazione americana adotterà. Coerente con le sue dichiarazioni, Trump ritirerà le truppe dal suolo siriano, o farà piuttosto marcia indietro, restando nel territorio per annientare il gruppo terroristico al fianco di Erdogan?

Ciò che è certo è che la situazione non risulta affatto semplice. Infatti, se gli Stati Uniti dovessero realmente ritrarsi dalla scena della Siria nord-occidentale, quale sarà il futuro delle forze curde? Esse infatti sono finora state “protette” dalle truppe americane contro la minaccia turca. Infatti, se Ankara e curdi hanno sino ad ora combattuto assieme per sconfiggere l’Isis, è noto che Erdogan consideri i curdi siriani come la semplice estensione dei curdi del Pkk che egli combatte come terroristi nel suo paese. E’ quindi chiaro come un ritiro americano possa, almeno in linea teorica, creare un forte rischio di offensiva turca contro le forze curde.

Quel che rimane evidente a tutti, ancora una volta, è la complessità della realtà siriana, che ormai da anni non riesce a trovare pace, e il difficilissimo ruolo che i paesi “sviluppati” e gli organismi internazionali giocano nel tentativo di intervenire per normalizzare la situazione.

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