Si è concluso lo spoglio in Emilia Romagna e CalabriaTempo di lettura stimato: 4 min.

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Stefano Bonaccini, sulla sinistra, Presidente della regione Emilia Romagna. Jole Santelli, sulla destra, Presidente della regione Calabria. Credits: liberoquotidiano.it; ladiscussione.com

Tra le elezioni regionali a cui gli italiani partecipano ogni 5 anni, quelle di ieri, 26 gennaio, hanno tenuto tutti con il fiato sospeso e con occhi e orecchie puntati sull’Emilia Romagna e la Calabria. Nella mattina di oggi, lo spoglio finale ha rivelato la vittoria del centro-sinistra in Emilia Romagna, dove Stefano Bonaccini è stato riconfermato governatore ottenendo il 51,6% contro la leghista Lucia Borgonzoni. In Calabria si è affermata invece la destra con Jole Santelli, prima donna governatrice di una regione meridionale, con oltre il 55%.

Facciamo un passo indietro

Storicamente, com’è risaputo, l’Emilia-Romagna è sempre stata una regione rossa, ovvero governata fin dalla prima legislatura dalla sinistra o dal centro-sinistra, dal Partito Comunista al Partito Socialista al Partito Democratico. Questo ha mantenuto salda la presa con Stefano Bonaccini, che sarà a capo della giunta anche nella undicesima legislatura. Il suo programma si basa su 4 punti chiave: giovani, crescita sostenibile, salute e innovazione.

Al contrario, la Calabria non ha avuto una linea di governo così lineare e stabile. Infatti, per i primi 25 anni è stata governata da un centro-sinistra cosiddetto “organico”, ovvero dalla coalizione di governo fra Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano. Alla fine degli anni ’90, la Calabria si è rivolta a Forza Italia. Da quel momento, si sono susseguiti in un’alternanza regolare, mandato dopo mandato, il centro-sinistra del Partito Popolare Italiano e del PD con il centro-destra del Popolo della Libertà e la destra di Forza Italia. La Calabria è stata quindi coerente nella sua irregolarità, sostituendo il governatore uscente Mario Oliverio (PD) con una deputata di Forza Italia, Jole Santelli, che punta ad un riscatto del Sud, ad una “Calabria rock”, parola d’ordine: efficienza.

I risultati di oggi 

Queste elezioni hanno avuto una valenza particolare, il cui risultato era tanto atteso quanto temuto, perché avrebbe potuto sbilanciare il già delicato equilibrio raggiunto al governo. Tuttavia, la maggioranza può tirare un sospiro di sollievo: la vittoria del centro-sinistra al nord, seppur controbilanciata dalla vittoria della destra al sud, smentisce la possibile bocciatura della sinistra.
Gli occhi erano quindi puntati tutti sull’Emilia Romagna, dove Matteo Salvini ha portato avanti un’efferata campagna elettorale, andando di città in città, di casa in casa, facendo diventare queste elezioni un referendum su di sé. Alla notizia della sconfitta, egli ha spostato però l’attenzione sul Movimento 5 Stelle, crollato in entrambe le regioni. Probabilmente a causa di una logica bipolare, i cittadini hanno fatto una scelta quasi obbligata tra il centro-sinistra del PD e la destra della Lega da un lato e di Forza Italia dall’altro. Questo ha fatto sì che il M5S in Emilia-Romagna prendesse il 3,5% ed in Calabria, regione pentastellata per antonomasia, solo il 7,3%.

Cosa insegnano queste regionali?

Un elemento di distinzione tra le due regioni che potrebbe aver fatto la differenza riguarda il sistema elettorale. Infatti, in Emilia Romagna, al contrario della Calabria, era permesso il voto disgiunto, ovvero la possibilità di dare due voti, uno per un partito e uno per un candidato, il quale poteva anche appartenere ad un partito diverso. Questo ha dato sicuramente qualche vantaggio alla sinistra in Emilia Romagna rispetto alla controparte in Calabria: infatti, sembra che alcuni elettori pentastellati in Emilia Romagna abbiano votato la lista del proprio partito, ma Bonaccini presidente. Questo andrà tenuto in considerazione nelle prossime elezioni regionali, che vedranno protagoniste Campania, Puglia, Liguria, Veneto, Marche e Toscana probabilmente a maggio 2020.

Infine, in Emilia Romagna vi è stata un’affluenza da record alle urne, pari al 68% (quasi il doppio, rispetto al 38% delle elezioni di 5 anni fa). Possiamo supporre che questo, e la conseguente vittoria del centro-sinistra, sia dovuto anche all’incessante lavoro delle Sardine. Il PD ha infatti riconosciuto il loro aiuto nel mobilitare l’opinione pubblica, soprattutto i giovani, a non permettere che la regione “si legasse”. Essendo un movimento nato spontaneamente per le strade e le piazze, ha sicuramente aumentato l’interesse della popolazione e quindi incentivato i cittadini ad andare a votare. In altre parole, da questo il PD dovrebbe trarre una lezione fondamentale e aggiustare la propria campagna elettorale in vista delle future elezioni regionali, perché le Sardine potrebbero non fare più il lavoro per loro oppure risultare meno efficaci.

D’altro canto, il contatto con gli elettori, non solo nei circoli privati, ma nelle aree di aggregazione pubblica, ha giovato a Matteo Salvini, che per la prima volta ha fatto sì che ci fosse un testa a testa nelle elezioni in Emilia Romagna tra sinistra e destra. Infatti, secondo le prime valutazioni dell’Istituto Cattaneo, come riporta il Corriere della Sera, l’incremento dell’affluenza alle urne avrebbe premiato entrambi i contendenti. Un risultato che dimostra come il coinvolgimento dei cittadini in prima persona sia un elemento fondamentale per incentivare il “turn out”, ovvero la voglia di uscire di casa e votare.

Resta da vedere, a maggio 2020, se i partiti avranno imparato le preziose lezioni di queste regionali.

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