Salute: un diritto di tutti o una merce per pochi?Tempo di lettura stimato: 5 min.

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“Health for all” (salute per tutti) o “Universal health coverage” (copertura sanitaria universale)? Quale scegliereste? Molti non troverebbero alcuna differenza. In realtà, tra questi due motti, rispettivamente del 1978 e del 2015, c’è un abisso sia dal punto di vista politico che storico. Infatti, il 1978 ha agito da spartiacque tra due periodi storici in cui l’approccio alla salute globale ha assunto valori e funzioni totalmente opposte.

Una delle prime forme di previdenza sociale, che comprendeva la copertura delle spese sanitarie, fu concessa ai lavoratori di fine ‘800 dal cancelliere prussiano Otto Von Bismarck. Ulteriori passi in avanti furono fatti dalla Gran Bretagna, a seguito delle elezioni del luglio 1948, quando fu istituito il primo servizio sanitario nazionale, una complessa rete di protezione per tutti i cittadini.

In generale, il 1948 fu l’anno dell’universalità. Innanzitutto, fu redatta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui articolo 25 recita: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia.” Ma non solo, nel 1948 entrò in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana, il cui articolo 32 supera il concetto stesso di cittadinanza in ambito sanitario: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” In altre parole, grazie alla lungimiranza dei nostri padri costituenti oggi in Italia l’assistenza sanitaria è erogata gratuitamente anche a chi non ha un regolare permesso di soggiorno.

Infine, nel 1948 fu anche istituita l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il cui obiettivo è tuttora il raggiungimento del livello più alto possibile di salute, quale condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto come assenza di malattia.

John M. Keynes, padre della macroeconomia e il più influente economista del XX secolo.

Trent’anni dopo, nel 1978, l’idea di salute come diritto globale era ancora valida: anche in Italia fu istituito il servizio sanitario nazionale (SSN), e furono approvate la legge 180 (che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio) e la 194 (che regolamenta ancora oggi l’interruzione volontaria di gravidanza). In altre parole, all’apice di questo periodo di apertura e innovazioni, il concetto di salute globale diventò un elemento distintivo delle democrazie avanzate.

Questi cambiamenti erano supportati da una particolare concezione politica ed economica il cui principale artefice fu Keynes. Il padre della macroeconomia riteneva che lo stato dovesse svolgere un ruolo attivo nel settore economico e che soprattutto la salute e l’istruzione non dovessero essere soggetti ai meccanismi di mercato. Perciò, nel 1965 gli Stati Uniti voltarono le spalle all’idea di Smith delle mani invisibili del mercato, ed introdussero reti di protezione e assistenza sanitaria per i più deboli, come Medicare (dedicato agli anziani) e Medicaid (riservato alle famiglie con un reddito basso).

Infine, nel 1978 si tenne la Conferenza di Alma Ata. L’evento storico fu organizzato dall’OMS e dall’UNICEF e per la prima volta i rappresentanti di tutti i paesi del mondo definirono una cornice di riferimento per la promozione e lo sviluppo di un’assistenza sanitaria globale. In questa occasione, i vertici riconobbero che l’accesso ad un livello più alto di salute presupponeva “la partecipazione di numerosi settori socio-economici oltre che di quelli sanitari” e si posero quindi l’obiettivo di “Health for all by year 2000”, per facilitare gli accessi ai servizi essenziali entro il 2000. Questo però, come sappiamo, non accadde. Perché?

Milton Friedman, Premio Nobel per l’economia nel 1976.

È chiaro che il 1978 agì come spartiacque tra un mondo che promuoveva la salute come diritto globale, e un altro, che invece aveva cambiato le sue priorità. Infatti, gli anni seguenti diedero spazio ad altre icone: Keynes perse popolarità a favore dell’economista Friedman, secondo cui niente è al riparo dai meccanismi di mercato e che quindi incoraggiava la diminuzione drastica dei meccanismi di welfare.

Inoltre, a discapito dell’OMS, la Banca Mondiale assunse invece una più grande rilevanza e divenne il vero motore politico della sanità dagli anni ’80 in poi. Infatti, questa rappresentava il braccio economico, sanitario e finanziario condizionante le scelte dei Paesi che richiedevano prestiti e supporto: questi dovevano seguire 10 direttive di politica economica (il cosiddetto “Washington consensus”), tra cui figurava anche il blocco dei servizi sanitari.

In linea con queste istruzioni, negli anni ’80-’90 ebbe luogo una riforma del settore sanitario, che promosse la privatizzazione, il mercato assicurativo e la rasa al suolo dei servizi sanitari pubblici.

A 20 anni da tutti questi cambiamenti, si potevano già tirare le somme: nel 2000, il politico scozzese David Coburn si espresse affermando che la globalizzazione aveva portato ad una riduzione dell’autonomia degli stati a causa dello strapotere delle dottrine e politiche del mercato. Inoltre, a causa dell’attacco al welfare ed al predominio degli interessi delle imprese, a suo dire, non era più possibile contrattare politiche egualitarie. Questo aveva causato disuguaglianza nel reddito, una mancata coesione sociale ed un minor stato di salute della popolazione mondiale.

Nel 2008 l’OMS “si risvegliò” e, a 30 anni da Alma Ata, pubblicò il rapporto “Primary health care (now more than ever)”, spiegando come mai gli obiettivi del 1978 non erano stati raggiunti: tra le cause sono annoverate la centralità dell’ospedale a scapito delle cure primarie, la privatizzazione, nonché la frammentazione delle politiche sanitarie globali, focalizzate a intervenire su singole patologie.

L’Agenda 2030 dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, concordati dall’ONU nel 2015.

Il 2010 a sua volta fu un anno degno di nota, quando l’Obamacare fornì l’assicurazione sanitaria a 30 milioni di americani. Nello stesso anno, l’OMS lanciò l’idea di “Copertura sanitaria universale”, oggi terzo obiettivo di Sviluppo Sostenibile dell’ONU. Lo scopo da raggiungere entro il 2030 consiste nell’aumentare il bacino di popolazione con copertura sanitaria. In pratica ciò cosa vuol dire? Questo tipo di approccio si basa sulla domanda e cerca di migliorare il modo in cui le persone possano accedere ai servizi. Tuttavia, non si è data importanza all’offerta, cioè avere un personale adeguato e sufficiente, farmaci e attrezzature.

Forse ora è un po’ più chiaro come mai la “copertura sanitaria universale” non corrisponda al sogno di Alma Ata che recita “salute per tutti”.

In effetti, il malfunzionamento del sistema sanitario è ormai noto. Solo in Italia, dal 2008 sono state perse e mai più recuperate 40mila figure mediche, di cui 9mila solo nel Lazio. La mancanza di personale unita all’inefficienza del modello sanitario, che oggi accoglie per il 65% donne (dati Istat) e non si è ancora adattato a questo cambiamento, rende necessaria una rivoluzione del sistema sanitario. Noi possiamo esserne i protagonisti, in qualità di pazienti, contribuenti e infine cittadini con diritto di voto e di accesso a buoni servizi sanitari. Tutto ciò per far sì che la salute non sia più un bene di consumo, fonte di profitto per pochi, e torni ad essere un diritto globale.

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