Patrick Zaki: il tribunale egiziano rigetta la richiesta di scarcerazioneTempo di lettura stimato: 3 min.

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Patrick George Zaki

La corte di Mansura rigetta la richiesta di scarcerazione del giovane ricercatore egiziano dell’Università di Bologna Patrick Zaki. Il giovane tornerà in tribunale il 22 febbraio.

Sabato 15 febbraio il giudice del Tribunale di Mansura ha respinto la richiesta di scarcerazione di Patrick George Zaki, presentata dai legali e dalla famiglia. Prima di entrare in aula, Zaki è riuscito a scambiare alcune parole con i cronisti: “sono in una cella con 35 persone e una sola latrina, una finestra piccolissima”, ha riferito al Corriere della Sera.

Chi è Patrick George Zaki?

Patrick George Michael Zaki Suleiman è un ricercatore egiziano per i diritti umani all’Università di Bologna. Ha infatti preso parte al programma GEMMA, sugli studi di genere e delle donne. Prima di arrivare in Italia ha lavorato per l’ONG Egyptian Initiative for personal rights.

L’arresto

Venerdì 8 febbraio, appena arrivato all’aeroporto de Il Cairo per fare visita ai familiari, Zaki è stato bendato e ammanettato dalle autorità egiziane. Durante l’interrogatorio di 17 ore, il giovane è stato torturato con scariche elettriche e colpi alla schiena e allo stomaco. “L’arresto arbitrario e la tortura di Patrick Zaky rappresentano un altro esempio della sistematica repressione dello stato egiziano nei confronti di coloro che sono considerati oppositori e difensori dei diritti umani”, ha spiegato Philip Luther di Amnesty.

Il giorno seguente all’arresto, il 9 febbraio, i pubblici ministeri di al-Mansoura hanno ordinato il fermo di Zaki per 15 giorni per detenzione preventiva, in attesa di indagini. I capi di accusa che gravano sul ricercatore sono molteplici: diffusione di notizie false, incitamento a manifestazioni non autorizzate per principi contrari alla costituzione egiziana, utilizzo dei media per danneggiare la sicurezza nazionale e rovesciare il governo egiziano, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza.

Ieri, 15 febbraio, si è svolta l’udienza nel tribunale di Mansura per discutere sulla richiesta da parte dei legali di scarcerazione di Zaki. Dopo mezz’ora di camera di Consiglio, i giudici hanno però deciso di respingere la mozione. Il ricercatore dovrà tornare in aula il 22 febbraio per discutere dei capi di accusa.

Il legale di Zaki, Wael Ghaly, ha spiegato che il giovane rischia di essere condannato all’ergastolo. Inoltre, sulla base di quanto previsto dall’ordinamento giudiziario de Il Cairo, “la custodia cautelare può durare fino a due anni, rinnovata ogni 15 giorni, e talvolta tale detenzione può protrarsi per più di due anni”.

L’opinione pubblica egiziana

Il conduttore televisivo Nashat Dahi su Ten Tv, emittente finanziata dal governo egiziano, ha dichiarato che il giovane “è andato a fare un master sull’omosessualità, questo è l’oggetto della sua tesi. E’ attivo all’estero per fare una cosa sola, insultare lo stato egiziano, attaccare lo stato egiziano, incitare contro lo stato egiziano”. Il giornalista egiziano sostiene inoltre che la vicenda di Zaki attenga esclusivamente alla giustizia egiziana e che i giornali italiani stiano conducendo una campagna diffamatoria contro l’Egitto.

La reazione dell’Italia

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, in relazione alla vicenda, ha assicurato che il “Governo continuerà a dare priorità al caso, anche con riferimento alle sue condizioni detentive e all’esigenza di assicurare un iter processuale rapido, in vista di un auspicabile, pronto rilascio”.

Anche la famiglia Regeni si è espressa in sostegno del ricercatore egiziano: “Auspichiamo che ci sia per Zaky una reale, efficace e costante mobilitazione affinché questo giovane possa essere liberato senza indugi. Patrick, come Giulio, merita onestà e determinazione, non chiacchiere imbarazzanti e oltraggiose”.

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