Netanyahu è IsraeleTempo di lettura stimato: 5 min.

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Stefano Mazzola per Orizzonti Politici

Il leader vince ancora le elezioni grazie alla crescita economica del paese e le conquiste diplomatiche ottenute. Poca importanza hanno avuto le accuse di corruzione a suo carico, dalle consultazioni quasi certamente emergerà un governo con i partiti della destra israeliana.

(Netanyahu ha deciso di usare gli ottimi rapporti con Donald Trump anche come poster elettorale)

La tornata elettorale del 9 aprile in Israele passerà alla storia per avere reso Benjamin Netanyahu il Primo Ministro più longevo del paese. Netanyahu, che governa dal 2009, ha infatti ottenuto il suo quinto mandato, sorpassando in questa speciale classifica David Ben Gurion, uno dei padri fondatori dello stato ebraico. Il suo partito di centro-destra, il Likud, è stato addirittura in grado di aumentare il numero di seggi alla Knesset (il parlamento israeliano), passando dai 30 del 2015 ai 35 di oggi. Come consuetudine, anche quest’anno nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, ma per formare una maggioranza di governo Netanyahu non avrà difficoltà a rivolgersi a quel gruppo di partiti espressione della destra nazionalista, ultraortodossa e xenofoba con cui il premier uscente si è già trovato a governare. Il gruppo di deputati eletti con le destre che dovrebbe venire in soccorso di Netanyahu si aggira attorno ai 30 seggi, superando dunque agilmente il traguardo dei 61 seggi necessari per ottenere la fiducia. Abile a chiamare elezioni anticipate a fine 2018, Netanyahu è stato in grado di sfruttare al massimo le favorevoli condizioni economiche e geopolitiche in cui si trova Israele, dimostrando di non cedere nemmeno di fronte alle accuse di corruzione portate avanti nei suoi confronti dalla magistratura.

Non ci si può esimere però dal menzionare l’incredibile ascesa politica di Benny Gantz, ex capo di stato maggiore delle forze armate, l’unico tra i candidati al ruolo di primo ministro a mettere in difficoltà Netanyahu durante la campagna elettorale. Gantz, alla sua prima esperienza in politica, si è presentato alle urne come leader della coalizione centrista chiamata “Il Blu e il Bianco”, ha ottenuto lo stesso numero di seggi parlamentari del Likud, 35, candidandosi a diventare il primo partito d’opposizione nella prossima legislatura.

In caduta libera invece le sinistre, con il Labor in grado di conquistare soltanto 6 seggi e Meretz, evoluzione del partito di stampo marxista Mapam, che ne otterrà 4. A questo si aggiunge il tracollo delle liste rappresentanti la comunità di arabi israeliani le quali, a differenza di quanto fatto nell’ultima tornata elettorale, si sono presentate separate alle urne, non ottimizzando di fatto i probabili voti di una minoranza che, sebbene rappresenti circa il 20% della popolazione, è priva da anni di una forte rappresentanza politica in parlamento.

Si è parlato per mesi di come queste elezioni fossero più un referendum contro o a favore di Netanyahu che vere e proprie consultazioni politiche. Gli elettori hanno scelto di riconfermare colui che ha permesso al paese di crescere economicamente in maniera vertiginosa negli ultimi anni, i numeri certificano anche per quest’anno una crescita del Pil intorno al 4%, riuscendo inoltre ad aumentare la percezione di sicurezza nei cittadini e a cementificare il ruolo di potenza regionale e mondiale di Israele. È stata una campagna elettorale povera di contenuti, focalizzatasi più sullo scontro tra i candidati che sulle loro proposte. Gantz, che non è riuscito a sfruttare a suo favore i procedimenti giudiziari per corruzione a carico di Netanyahu, ha scelto di focalizzarsi più sulla sua onestà in contrasto alle malefatte del leader uscente piuttosto che proporre un nuovo corso per il paese. Si è di fatto proposto come sostituto di Netanyahu all’interno della stessa veduta sul futuro, restando schiacciato nella morsa dei partiti di destra in campagna elettorale. Prova ne è il fatto che il tema centrale della politica israeliana, le relazioni con i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, sia stato quasi interamente ignorato, a sostegno della tesi che Netanyahu sia ormai la reale espressione delle vedute e dei bisogni del popolo israeliano. La sua politica di occupazione e annessione lenta e graduale dei territori palestinesi non è più in discussione, e gli accordi di Oslo del 1993 sulla soluzione dei due stati sono desinati alla definitiva evaporazione, un po’ come i partiti che un tempo li firmarono, il partito laburista e l’OLP, ormai sempre più in ombra a causa di Hamas.

Le uniche sorprese sul futuro di Israele verranno però dal fronte della magistratura, che sarà finalmente autorizzata a rendere pubblici i documenti che si pensa dovrebbero provare la colpevolezza di Netanyahu in alcuni casi di corruzione. Le indagini, portate avanti negli ultimi due anni dal procuratore generale Avichai Mandelblit, dimostrerebbero come Netanyahu sia incriminabile per tre casi di corruzione e frode, il più grave dei quali lo accuserebbe di aver varato, nel periodo in cui ricopriva il ruolo di Ministro ad interim delle Telecomunicazioni, alcune riforme volte a favorire la compagnia di telecomunicazione Bezeq in cambio di ricevere una copertura favorevole dal sito d’informazioni Walla, anch’esso parte dello stesso gruppo di Bezeq.

In campagna elettorale la vicenda non ha tuttavia avuto il seguito che ci si aspettava, essendo stato abile Netanyahu a prendersi la scena e distogliere l’attenzione dai procedimenti giudiziari a suo carico, scaricando per lo più le colpe di questa vicenda su un’improbabile caccia alle streghe ordita nei suoi confronti dall’apparato giuridico del paese. Non sembra poi che le probabili future incriminazioni possano in qualche modo impensierire Netanyahu, visto che si parla già di un accordo con i partiti della sua coalizione per varare una legge che garantisca la sua immunità in cambio della concessione della direzione dei ministeri più importanti e incisivi, da quello degli Esteri a quello della Difesa.

Netanyahu esce fortemente rinforzato dall’appuntamento con gli elettori, forte di un vantaggio che nessuno sembra poter ricucire, costruito negli anni e potenziato dal ruolo fondamentale che è riuscito a far ottenere a Israele nella regione. Gioca anche fortemente a suo favore un sistema intrecciato di alleanze più o meno dichiarate che ha portato il paese ad assurgere al ruolo di garante della stabilità nel medio-oriente. Sono lontani poi i giorni delle tensioni con l’amministrazione Obama, dato che da quando Trump siede alla Casa Bianca Netanyahu ha trovato uno stabile alleato nei suoi giochi di potere. Per avere un’idea chiara di ciò basta analizzare come le conquiste diplomatiche di Netanyahu negli ultimi 12 mesi, che hanno giocato un ruolo certamente centrale nella battaglia del voto, siano state tutte fortemente sponsorizzate dal Tycoon americano. Dal riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato, e il conseguente spostamento dall’ambasciata USA da Tel Aviv, all’annessione certificata da parte di Trump del territorio delle alture del Golan. Vista poi la promessa fatta agli elettori di annettere in un futuro prossimo i territori occupati della Cisgiordania, l’unica certezza che si intravede all’orizzonte è l’inasprirsi dell’instabilità nella regione, nel mentre Netanyahu può dormire sonni tranquilli alla guida del paese.

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