Manovra: le misure per ridurre il contanteTempo di lettura stimato: 3 min.

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Il Presidente del Consiglio Conte anticipa le misure per ridurre il contante contenute nella nuova manovra di bilancio.
Crediti immagine: lapresse.it

Assente nell’agenda di Governo della maggioranza giallo-verde, il tema dello stop al contante e degli incentivi ai pagamenti elettronici arriva sul tavolo della compagine Pd-M5S nell’ambito dei lavori preparatori della Legge di Bilancio per il 2020: sul tavolo di lavoro, proposte anche misure per ridurre il contante circolante in Italia.
Nessuna rivoluzione copernicana: è un sentiero già battuto da altri Paesi pionieri che hanno dichiarato guerra al contante da diversi anni, rispetto ai quali l’Italia è in colpevole ritardo (su tutti la Svezia, leader mondiale del settore).

D’altro canto, una delle due principali voci all’attivo (stimati 7 miliardi) del Documento programmatico di bilancio inviato dal Governo italiano alla Commissione europea è costituita dai proventi della lotta all’evasione fiscale.
In quest’ottica, la stretta sul contante assume nuova rilevanza, costituendo uno strumento più che valido in un Paese, come l’Italia, in cui l’economia non osservata genera circa 210 miliardi di Euro, pari al 12,4% del PIL nazionale ed è costituita perlopiù da sotto-dichiarazioni e da lavoro irregolare. Una riforma efficace in questo senso potrebbe dunque essere determinante per l’approvazione del documento di bilancio da parte della Commissione Europea, che un anno fa si era espressa negativamente sulle proposte di manovra.

Oltre al valore delle transazioni in contanti non osservate, occorre anche considerare un altro dato: nel 2018, gli italiani hanno utilizzato il cash per operazioni che hanno coinvolto in totale circa 204 miliardi. Al di là del sommerso, dunque, la popolazione italiana è di per sé incline all’uso del contante, seppur con degli squilibri territoriali che vede un ricorso al cash molto più elevato nel Mezzogiorno: 94,3% in Calabria, 91,2% in Abruzzo e Molise, 90,8% in Campania.

Le tre misure per un’Italia cashless

“Non posso accettare che gli italiani onesti paghino più tasse di coloro che non le pagano affatto”, ha affermato il premier Conte, alludendo al piano “Italia cashless”.
Sono tre le misure inserite dalla maggioranza giallorossa nella manovra, per riprendere il passo in un settore in cui, negli ultimi anni, l’Italia ha rallentato la propria corsa rispetto ai best performer europei.

In primis il tetto al contante, che cala da 3000 a 2000 euro nei prossimi due anni, per poi scendere ulteriormente a 1000 euro.

La seconda misura, rinominata “superbonus”, dovrebbe essere una detrazione di massimo 475 euro, per le spese sostenute con pagamenti elettronici in settori ad alto rischio evasione. Tra le altre, si fa riferimento alle prestazioni lavorative di manutenzione ordinaria della casa, come quelle di idraulici ed elettricisti.

Sebbene si stesse lavorando anche a un sistema di cashback sui pagamenti elettronici, la terza e ultima misura che dovrebbe essere adottata riguarda i commercianti e i professionisti. Accanto all’obbligo obbligo di accettare i pagamenti elettronici (già presente), per chi li rifiuta arriva anche una sanzione di 30 euro aumentata del 4% del valore della transazione respinta.

Cambiare si può: come fanno in Europa

Non sono certo misure particolarmente articolate; come detto sopra, nessuna rivoluzione.
Ma è un punto di partenza.

Se il confronto con i capifila europei come Svezia, Danimarca e Finlandia risulta difficile, può essere utile dare uno sguardo ai recenti sviluppi di Paesi come Slovenia e Irlanda, in netto miglioramento negli ultimi anni.
La prima, infatti, grazie a due programmi paralleli – l’uno fatto di misure volte a incentivare i pagamenti elettronici e ridurre il contante e l’altro finalizzato all’educazione digitale dei cittadini – si è notevolmente evoluta nella direzione di una società cashless e “digital”.
Fa scuola anche l’Irlanda, dove un vasto progetto di riforme, tra cui il “National Payments Plan” del 2013, ha quasi portato a un raddoppio del numero di transazioni pro-capite (da 95 nel 2016 a 189 nel 2019).

Un dato comune da cui partire

Al di là dei fattori di differenza tra le varie esperienze, il dato comune è uno: la collaborazione tra Governi e cittadini. Ed è forse da qui che anche l’Italia potrebbe prendere le mosse per un’inversione di tendenza nei comportamenti individuali e collettivi per un rilancio reale del sistema Paese.

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