L’ultranazionalismo di un Paese multietnicoTempo di lettura stimato: 2 min.

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Il 31 marzo 2019, si terrà in Ucraina il primo turno delle elezioni presidenziali. Tra i candidati registrati, i tre migliori passeranno il primo turno e, se uno di loro non otterrà il 50% dei voti più uno, il ballottaggio si svolgerà il 21 aprile. In testa ai sondaggi, l’attore comico Volodimir Zelenskij, seguito dal presidente in carica Petro Porošenko e dalla ex-premier Julija Timošenko.

Per ottenere più consensi, l’attuale capo di stato sta adottando una strategia che molti considerano controproducente: sta infatti abbracciando istanze ultranazionaliste, che potrebbero alimentare le tensioni tra le varie minoranze etno-linguistiche presenti in Ucraina. Già nel 2017 egli aveva firmato una legge sull’istruzione che rendeva l’ucraino l’unica lingua ufficiale, a discapito del russo. Questo provvedimento, che vieta tutt’ora l’uso di altri idiomi nell’istruzione secondaria e per le autorità governative, è stato contestato ovviamente dalla Russia, ma anche dall’Ungheria, dalla Romania e dal Consiglio d’Europa.

Credits: l’Internazionale – “l’Ucraina al voto si divide sulla lingua”

Questa legge non è totalmente ingiustificata: nonostante abbia raggiunto l’indipendenza nel 1991, l’Ucraina resta nell’immaginario collettivo un paese sotto l’influenza sovietica e per anni ai cittadini è stato imposto di parlare russo, tanto che, paradossalmente, tutt’ora vengono discriminati quando parlano nella propria lingua madre. L’ucraino è oggi parlato da circa 32 milioni di persone, la maggior parte in Ucraina, ma numerose sono le comunità linguistiche in Kazakistan, Moldavia e Polonia. Ricordiamo, inoltre, che è una delle tre lingue ufficiali, insieme a russo e moldavo, della Transnistria (quel fazzoletto di terra parte della Russia ma de facto indipendente).

Non si tratta più quindi di mere questioni linguistiche, ma politiche e geopolitiche. Modificare una politica linguistica è però una faccenda delicata, che rischia di rovinare il traballante equilibrio creatosi tra concittadini ucraini, russi, ungheresi, rumeni e non solo. Inoltre, l’approccio di Porošenko va contro la logica consolidata secondo cui fornire diritti linguistici alle minoranze può fruttare agli stati un interesse a lungo termine, un mezzo per ottenere la fiducia dei cittadini nei confronti del governo.
Perciò, la domanda che forse è sfuggita a Porošenko è la seguente: il nazionalismo potrà vincere in un Paese dove le etnie sono molteplici?

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