L’UE all’Italia: finché le regole non si cambiano, vanno rispettateTempo di lettura stimato: 2 min.

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A fine 2018 il debito pubblico italiano ammontava a 132,2% del PIL. Le prospettive per il 2019 lo danno al 133,7% mentre per il 2020 ci si aspetta un debito del 135,2%. Il criterio di debito definito dal Fiscal Compact richiede una diminuzione costante del debito verso la soglia ideale del 60% del PIL. Di conseguenza, l’Unione Europea ha definito “giustificata” una procedura per debito eccessivo ai danni dell’Italia: sarebbe la prima volta e comporterebbe una intensa sorveglianza con uno stretto monitoraggio (ogni tre/sei mesi), per verificare se le azioni correttive richieste per rientrare dalla “deviazione significativa” evidenziata siano effettivamente state messe in atto.

Sicuramente nel mese di giugno seguiranno negoziati politici con Bruxelles per raggiungere un accordo, come Palazzo Chigi ha già annunciato. Tuttavia, non ci troviamo in un’ottima situazione. Il governo dovrà infatti incontrare Bruxelles, ma anche preparare una manovra sensata e condivisa che rispetti i vincoli dell’UE.
Sembrerebbe che il Premier Giuseppe Conte stia sempre di più facendo sentire la sua voce, chiedendo a Salvini e Di Maio di lasciarlo trattare insieme a Giovanni Tria per raggiungere questo accordo ed evitare una procedura che richiederebbe ulteriori sacrifici anche a noi cittadini, con tagli alle spese e probabilmente un aumento delle tasse.
Duro è stato il Ministro degli Interni che dopo la stoccata dell’UE (“Finché le regole non vengono cambiate, vanno rispettate”), ha fatto notare come il voto alle elezioni europee abbia messo in risalto la volontà di cambiarle, queste regole.
Invece potrebbero essere stati proprio i risultati delle elezioni europee a far tornare la voce alla Commissione Europea, che dopo il falso exploit delle forze sovraniste, sicuramente si sente in una posizione di forza.
Con la bocciatura di Quota 100 in tutti i suoi aspetti da parte dell’UE, Bruxelles e gli altri stati europei vorrebbero delle misure concrete entro la fine dell’estate, un po’ come già accaduto con i governi Renzi e Gentiloni. Loro però, non alimentavano la sfiducia dei mercati con dichiarazioni pubbliche.

Insomma, nella speranza che il governo trovi una linea comune nei negoziati con l’Unione Europea, che lo spread non impazzisca e che il 9 luglio, quando l’Ecofin confermerà o meno la procedura, arrivi presto, a noi non resta che aspettare e monitorare la situazione, della quale vi terremo sicuramente aggiornati.

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