La strage della guerra alla droga nelle FilippineTempo di lettura stimato: 2 min.

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Il presidente Duterte ha lanciato nel 2016 una massiccia operazione di esercito e polizia per contrastare il fenomeno dello spaccio e consumo di droga nel paese
Il Presidente filippino Rodrigo Duterte sfila davanti all'esercito schierato (credits: Getty Images)

Si chiama Leni Robredo, ed è la nuova responsabile della campagne antidroga nelle Filippine, ma è anche vicepresidentessa del Governo Duterte, eletta direttamente dal popolo. Ieri si è finalmente espressa contro le politiche del governo nei confronti di spacciatori e consumatori di stupefacenti. Quello della droga nelle Filippine rimane un enorme problema sociale, e questo potrebbe essere solo il primo passo verso un equilibrio più pacifico.

“Li ucciderei personalmente a milioni se fosse necessario”

Così aveva commentato Rodrigo Duterte durante il suo discorso inaugurale dopo le elezioni del 2016. Queste elezioni sono state dichiarate consone dagli osservatori internazionale, perciò Duterte non può essere considerato un dittatore (per leggere di alcuni di loro, visita la nostra rubrica I Dittatori di Oggi). Le sue parole facevano però presagire un futuro di violenza tipico delle dittature, e così è stato. La guerra alla droga nelle Filippine ha reso il paese il quarto paese più pericoloso del mondo, e causato migliaia di vittime.

Duterte, eletto dai cittadini grazie a una campagna basata interamente sul diminuire l’influenza dei cartelli nel paese, aveva addirittura invitato i cittadini a uccidere loro stessi spacciatori e consumatori. La conseguenza è stata un’inevitabile situazione di caccia alle streghe, dove le accuse di uso di stupefacenti si succedevano a ritmo impressionante (senza che la polizia ne tenesse un record) e venivano spesso usate come scuse per regolare i conti. A questo si aggiunse immediatamente la violenza di esercito e polizia, a che hanno ricevuto carta bianca per risolvere il problema.

I numeri di un massacro

Le cifre del Governo vanno prese con le pinze, soprattutto perchè questo afferma di uccidere solo per legittima difesa. Centinaia di testimonianze riportano invece migliaia di attacchi su sospetti da parte di polizia e gruppi vigilanti più o meno regolamentati. Come se non bastasse, è lo stesso Governo a contraddirsi sui numeri. Alla fine del Giugno 2019, il conto ufficiale delle vittime (in meno di tre anni) era di 5,526. Meno di due settimane dopo però, l’allora Capo della Polizia ha riportato 6,700 vittime, attribuendo la discrepanza a “qualche piccolo errore di trascrizione” (fonte dati, BBC News). Sia l’ONU che la Corte Criminale Internazionale, però, hanno ottenuto numeri diversi dalle loro ricerche, che si attestano intorno alle 27,000 vittime (fonte dati, ONU Commission on Human Rights).

L’intervento della Robredo

Una delle figure più forti del “Partito del Popolo” di Robredo ha ricevuto l’incarico proprio da Duterte come capo della commissione per le politiche antidroga. La nomina è arrivata subito dopo che la vicepresidente si era espressa contro la brutalità della polizia, affermando che questo approccio al prblema della droga nelle Filippine “non sta funzionando”. Ha anche promesso di intraprendere un approccio basato sulla lotta per la salute, non su quella contro il crimine. “Il nostro obbiettivo è guardare ad altri numeri: non quelli dei morti, ma quelli di cui abbiamo migliorato la vita”, ha commentato.

 

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