La Spagna verso il votoTempo di lettura stimato: 1 min.

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Due giorni dopo la bocciatura della legge di bilancio da parte del parlamento spagnolo, il premier Sánchez ha indetto ieri nuove elezioni. Il 28 aprile gli spagnoli sono chiamati ad eleggere la nuova leadership del paese, sacrificando così il governo di più breve durata nella storia moderna della Spagna.

Frutto di tensioni secolari fra i partiti indipendentisti e la fazione monarchica-conservatrice, il governo Sánchez è nato dalla coalizione di minoranza fra il Partito Socialista Operaio (capitanato dal primo ministro in carica), gli estremisti di sinistra Podemos e i partiti baschi e catalani. Fallito il tentativo della Catalogna di ottenere l’indipendenza, Sánchez ha rimpiazzato nel giugno 2018 il premier conservatore Mariano Rajoy, con l’obiettivo di rimarginare le ferite politiche e sociali dell’abortito progetto secessionista. Dieci mesi dopo, è proprio il partito catalano a voltare le spalle al primo ministro e ad opporsi alla legge di bilancio. Lo schiaffo politico segue il rifiuto di Sanchez di indire un nuovo referendum per l’indipendenza della Catalogna: nel frattempo dodici leader catalani sono sotto processo per ribellione, sedizione e uso illecito di fondi pubblici per il tentativo, fallito, di secessione del 2017.

Il futuro politico della Spagna si prospetta a dir poco incerto. Pullulante di partiti estremisti di piccole e medie dimensioni, terreno di gioco della contesa fra i tre partiti tradizionali (Partito Socialista Operaio, Ciudadanos e Partito Popolare) – tutti attorno al 20% -, il paese iberico è sotto la lente d’ingrandimento del resto d’Europa.

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