La rivoluzione politica del soft powerTempo di lettura stimato: 6 min.

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Professor Joseph Nye
Nella foto Joseph S. Nye, professore di Harvard che ha coniato il termine “soft power”

“Quando riesci a far sì che gli altri ammirino i tuoi ideali e che desiderino ciò che tu stesso vuoi, non serve utilizzare il bastone e la carota per far muovere le persone verso la tua direzione. La seduzione è sempre più efficace della coercizione, e numerosi valori come democrazia, diritti umani, e opportunità dell’individuo sono profondamente seducenti.”. Con queste affascinanti parole Joseph Samuel Nye, politologo statunitense e professore alla Harvard University, riassume efficacemente il concetto di “soft power”, da lui coniato al principio degli anni Novanta. Questa definizione si contrappone a quella tradizionale di “hard power”, ossia un potere politico, economico e militare atto al predominio geopolitico da parte di uno stato. Con “soft power” invece, Nye voleva esprimere l’insieme di valori e principi su cui la cultura di un paese si fonda, che devono portare ad aumentare la credibilità e la popolarità di quest’ultimo nello scenario internazionale. Questo lato del potere, visto dall’accademico americano come forza attrattiva capace di ispirare affinità su altri attori statali, serve quindi ad ottenere il controllo nel teatro globale senza incorrere negli ingenti costi che invece l’hard power comporta.

Se formulata solo come teoria da imparare sui banchi universitari, questo concetto affascinante ed astratto al tempo stesso rischia di rimanere un mero esercizio intellettuale. Tuttavia, è evidente che negli ultimi venti anni numerosi leader politici abbiano più o meno velatamente tentato di attuare strategie riconducibili alle idee formalizzate da Nye. Il primo esempio che oggi balza all’occhio nel contesto internazionale è certamente quello cinese: il presidente della repubblica Xi Jinping ha fatto del cosiddetto “principio di non interferenza” uno dei concetti cardine della sua linea in politica estera. Al contrario di quanto fatto dalla potenza americana dal secondo dopoguerra e più in particolare dalla fine della guerra fredda, la Cina ha deciso di stabilire contatti, instaurare rapporti e negoziare accordi e trattati con paesi indipendentemente dalla situazione interna della controparte. Un esempio di questo è la strategia che la Cina sta attuando con numerosi paesi africani: il tentativo è quello di investire in maniera massiccia nel Continente Nero, cercando di guadagnare dagli investimenti stessi, ma al tempo stesso di rendere questi paesi dipendenti dalla Cina stessa. È quindi chiaro come questo esercizio di potere non passi attraverso la forza militare o strettamente politica del paese, ma da una forma più soffice di controllo, data dalla creazione di ottimi rapporti diplomatici con i paesi africani, che le permettono di agire liberamente sul territorio straniero, e dalla costruzione di un’immagine positiva della Cina nel contesto internazionale.

Se da un lato la superpotenza asiatica sta progressivamente puntando a questo approccio in politica estera, la sua controparte americana, con l’elezione di Donald Trump alla fine del 2016, ha certamente invertito la rotta. Infatti, se durante l’amministrazione Obama il concetto di “smart power”, ossia la giusta coniugazione tra soft e hard power, era stato assiduamente proposto come cardine della linea adottata da Washington, con Trump tutto sembra suggerire che almeno la prima delle due componenti sia stata accantonata. Questo lo si è potuto notare specialmente durante il primo anno dell’amministrazione del tycoon: dallo strappo con l’Iran, ai continui moniti alla Nato e all’Onu, alle frizioni con l’Unione Europea, il presidente americano pare aver fondato la sua linea sulla dissoluzione di accordi e rapporti per lui imperfetti, piuttosto che sul tentativo di attrarre alleati agli ideali e ai valori americani. Indice di questo è il numero crescente di paesi che hanno incrinato il loro rapporto diplomatico con gli Stati Uniti. Questo anche grazie a (o per colpa di) Nikki Haley, diplomatica americana che recentemente ha annunciato il ritiro dai suoi servizi, che nell’ultimo anno ha sempre proposto una linea durissima, minacciando più volte di tagliare fondi a stati che si fossero opposti alla direzione statunitense.

Per completare il quadro delle superpotenze (o aspiranti tali), occorre guardare alla Russia di Putin. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, lo stato russo si presentava pieno di incertezze dal punto di vista economico, sociale, e soprattutto politico. Il paese che per mezzo secolo era stato il faro del mondo socialista ed antiamericano, era ormai stato distrutto nel suo apparato economico-politico, come nel suo tessuto culturale e sociale. Qualche anno dopo la caduta dell’URSS, alla fine del 1999 Vladimir Putin ha preso le redini del paese. Egli ha probabilmente incarnato al meglio, in questo ventennio, quello che Nye invocava per il governo del suo paese. Ad una grandissima crescita economica e militare, il presidente russo ha unito una proposta di valori e principi chiari e coerenti, tanto da ricevere il soprannome di “Zar”. È quindi riuscito a colmare la crisi reinserendo valori tradizionali della cultura presovietica, quali la Chiesa ortodossa o la figura della Russia imperiale. Tutte queste azioni hanno contribuito pesantemente all’aumento della sua popolarità interna ed estera: oltre ad essere stato eletto uomo dell’anno dalla rivista “Time” nel 2007, egli è sicuramente stato la figura di riferimento per tanti partiti antisistema europei. Infine, la sua amministrazione, come nel caso dell’esempio cinese, ha esercitato il soft power attraverso un controllo dei mezzi di informazione che ha fatto aumentare la copertura dei media russi nel mondo, grazie a progetti quali il canale televisivo “Russia today”, o l’insieme di stazioni radiofoniche, siti web e agenzie di informazione che formano il progetto “Sputnik”.

Questa breve rassegna di esempi di come dalla teoria si sia passati alla prassi ci porta direttamente alla seguente domanda: quali sono le cause di questo cambiamento nel modo di definire il concetto di “potere”? Come ci è stato insegnato fin dalle scuole elementari, forse, per indagare le ragioni di un fatto presente, bisogna ritornare ad osservare il passato. Concentrandoci quindi sul secolo scorso, una prima analisi ci porta a concludere che questo cambiamento sia cominciato come reazione a decenni di conflitti (le due guerre mondiali e la guerra fredda, con annesse tutte le “proxy wars”) che hanno causato ingenti costi economici, politici e soprattutto sociali. La spasimante ricerca dell’hard power da parte dei due attori contrapposti durante il conflitto sovietico-americano (seppur affiancata qualche volta a tentativi di attuare il soft power, come nel caso del “Marshall Plan”), ha sì portato al trionfo di un sistema liberale e democratico con la vittoria statunitense, ma ha soprattutto lasciato strascichi devastanti in tantissimi paesi (dal Vietnam alle due Coree, dalla Iugoslavia all’Afghanistan). Si è quindi arrivati alla conclusione che il dominio geopolitico da parte di uno stato attuato solo con questi mezzi porta ad incorrere in pagamenti molto spesso più ingenti delle vittore ottenute.

Se quindi, dopo questa analisi, ammettiamo e riconosciamo il ruolo nuovo del soft power nelle dinamiche di potere del mondo contemporaneo, un’ulteriore e più stringente domanda forse viene alla mente: qual è il ruolo dei politici, dei diplomatici, in tutto questo? Infatti, in questa prospettiva, il ruolo di politico viene definito non solo come quello di un uomo incaricato di prendere decisioni riguardo al proprio paese, ma soprattutto come un rappresentante che incarna i valori secondo cui gli elettori hanno votato. L’interrogativo quindi che lanciamo in questo breve estratto è il seguente: quanto noi oggi percepiamo la politica negativamente, come un ambiente in cui uomini assetati di potere si muovono, giocando con gli interessi del popolo? Oppure, invece, quanto pensiamo l’arte del governo come quell’esercizio nobile che deve incarnare i valori di un popolo? Forse, oggi, la nostra concezione di politica andrebbe ripensata, o meglio ricondotta – sì, perché come detto in precedenza, dobbiamo imparare dalla Storia – a quella strettamente legata alla democrazia rappresentativa, che la definisce come arte decisionale espressiva dei valori e dei principi su cui un paese si fonda.

[Photo credit: Chatham House]

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