La questione di Radio RadicaleTempo di lettura stimato: 3 min.

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È ormai vecchia di qualche giorno la notizia del cosiddetto “salvataggio di Radio Radicale”, vicenda che ha ricevuto gli onori della cronaca, fra le altre cose, perché per la prima volta ha visto i due partiti di maggioranza opporsi apertamente in Parlamento. Hanno infatti votato a favore dell’emendamento che ne concede il salvataggio tutte le forze politiche ad eccezione del Movimento 5 Stelle.

Che cos’è Radio Radicale?

Perché Radio Radicale è così importante per il dibattito pubblico? Fondamentalmente per due motivi. Il primo è che dal 1976 trasmette in diretta le sedute parlamentari, a spese del Partito Radicale tra il 1976 e il 1994 e in convenzione con il MISE in seguito.

Il secondo motivo è che il suo archivio è di inestimabile valore storico, perché contiene le registrazioni audiovisive di tutti i congressi dei principali partiti politici italiani dal 1976 ad oggi, nonché dei principali processi della storia italiana. È proprio per il mantenimento e la digitalizzazione di questo archivio che vengono stanziati 3 milioni di euro dall’emendamento tanto discusso in questi giorni.

È una radio di Partito?

Radio Radicale nacque nel 1976 come organo del Partito Radicale, e tutt’oggi è proprietà della Lista Marco Pannella. Tuttavia, è l’unica emittente radiofonica che riceve il finanziamento pubblico all’editoria, in quanto emittente privata che svolge servizio pubblico. Se nominalmente è una radio di partito, certamente non è concepita come tale: da sempre dà spazio a tutti i soggetti politici e si occupa dell’attualità a tuttotondo.

Come si finanzia Radio Radicale

Veniamo al nocciolo della questione: il problema del finanziamento. Molti infatti criticano i radicali perché la loro incoerenza li spinge a chiedere meno Stato, salvo poi chiedere aiuti per sé nel momento in cui rischia la chiusura. Questa lettura è sicuramente sommaria e sbagliata.

I finanziamenti pubblici all’editoria (che la maggioranza vorrebbe azzerare entro il 2022) percepiti da Radio Radicale costituiscono meno di un terzo del suo finanziamento, che in massima parte proviene dalla summenzionata convenzione con il MISE.

La cifra serve a coprire i seguenti costi, come resi pubblici dalla stessa emittente:

La convenzione con il MISE

La convenzione risale al 1994, quando l’emittente vinse (da unica partecipante) un bando di gara per la trasmissione delle sedute parlamentari. Da allora, nonostante le richieste della stessa Radio Radicale, la gara non si è più svolta, ma il servizio è stato comunque rinnovato. L’assenza di una gara, hanno spesso sostenuto i radicali, era motivata dal fatto che RAI Gr Parlamento, emittente difficile anche solo da accostare a Radio Radicale, l’avrebbe sicuramente persa, facendo così venir meno la propria raison d’être.

Parliamoci chiaro: il MISE non è obbligato a rinnovare la convenzione. Il servizio di trasmissione radiofonica sembrerebbe anche essere obsoleto nell’era dello streaming via Internet. Resta peraltro un unicum assurdo quello di affidare un servizio pubblico di questa portata a quella che resta, seppur solo nominalmente, una radio di partito. Il “salvataggio” che è stato pianificato con l’emendamento presentato dal PD, peraltro, ha carattere di eccezione e non di regola. Si va a sommare dunque alla sfilza di irregolarità che caratterizzano il rapporto tra lo Stato e Radio Radicale, limitando la trasparenza della vicenda.

Radio Radicale, con l’altissima qualità delle sue trasmissioni, non avrebbe problemi a riuscire a finanziarsi privatamente. È proprio la convenzione in oggetto, peraltro, che le impedisce di mandare in onda pubblicità. Sarebbe, io credo, la strada migliore per una delle emittenti più preziose d’Italia.

Per quanto invece riguarda il servizio pubblico, è chiaro che esso non può essere cancellato su due piedi. Non bisogna dimenticare quello che Radio Radicale si è scelta come slogan, quando si è addentrata in Parlamento per rendere le discussioni di palazzo trasparenti: “conoscere per deliberare”. La massima è di Einaudi, ma la può sposare chiunque abbia un po’ di buonsenso. Stupisce anzi che non se ne renda conto il M5S, che da sempre si è battuto per la trasmissione in streaming delle proprie riunioni e che proprio della trasparenza e dell’onestà ha fatto la propria bandiera.

Radio Radicale può benissimo salvarsi da sola. È il servizio che dobbiamo salvare.

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