La guerra in Afghanistan e il ritiro degli USATempo di lettura stimato: 2 min.

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Soldati americani in Afghanistan, novembre 2001

Recentemente il presidente americano Trump ha annunciato il ritiro delle truppe militari dal territorio afgano. Dopo diciotto anni di presenza nel territorio, questo potrebbe essere il momento che segna la fine di una guerra che si può considerare persa dagli Stati Uniti.

Nel 2001 infatti, G.W. Bush aveva iniziato la sua missione in Afghanistan nominando Special Assistant per l’Asia meridionale e Vicino Oriente Zalmay Khalilzad, attuale negoziatore americano a Doha con i Talebani. La politica neo-conservatrice dell’amministrazione americana era culminata con l’intervento in Afghanistan e il tentativo di eliminare dal territorio la presenza dei talebani, per far sì che il paese smettesse di essere territorio di dominio di gruppi terroristici. Tuttavia, oggi, con l’accordo che si va profilando, si chiede esattamente ai Talebani di “difendere” il territorio dalla presenza di al-Qaeda e dallo Stato Islamico.

Polizia afgana a Herat, città dell’Afghanistan occidentale, 2011

Scendere a patti coi Talebani stessi è un chiaro segno di ammissione da parte americana che la guerra è stata persa. Infatti, se inizialmente l’ambizione era quella di eliminare completamente la loro presenza sul territorio, la direzione del governo americano si era poi spostata sulla volontà di sconfiggerli militarmente. Il culmine di questa strategia è sicuramente stato lo stanziamento di 150000 soldati da parte della Nato con il lancio della missione Nato-Isaf.

Essa è però terminata nel 2014, segnando una riduzione del contingente militare ad un decimo di quello stanziato in precedenza. Ha poi preso il via il piano B immaginato degli strateghi militari americani: si è cercato di appoggiare le forze di sicurezza nazionale per ridurre la fetta di territorio controllata dai Talebani. Tuttavia, questa “exit strategy” è a sua volta fallita, come dimostrato dalla recente accelerazione nei negoziati e l’annuncio del ritiro americano da parte di Trump.

Il negoziato si basa sui tre punti seguenti: un completo ritiro delle truppe internazionali dal territorio, la garanzia che i Talebani contrastino lo Stato Islamico e al-Qaeda, e un “cessate-il-fuoco” fra USA e Talebani stessi. Tuttavia, è interessante notare come il gruppo talebano con cui oggi gli Stati Uniti trattano non è più quello fortemente opposto e in contrasto con al-Qaeda del 2001. Paradossalmente, l’intervento americano in questo ventennio, che ha affrontato talebani e jihadisti come se fossero un unico grande nemico, ha infatti fatto sì che le due parti si riavvicinassero, costrette a fuggire e combattere contro un grande avversario.

In conclusione, la situazione in Afghanistan non fa altro che evidenziare ancora una volta quanto sia complesso l’intervento di forze internazionali e di terzi paesi in zone di conflitto. Infatti, la conformazione sociale, politica ed istituzionale dei paesi medio-orientali e di paesi come il Pakistan o l’Afghanistan, e i diversi gruppi radicali e militari che governano il territorio, rendono queste politiche di intervento estremamente complicate, a tal punto da peggiorare la situazione anziché normalizzarla.

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