La Cina e la globalizzazione che non democratizzaTempo di lettura stimato: 4 min.

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Di Giunio Panarelli

All’indomani del crollo del muro di Berlino lo storico Francis Fukuyama dichiarava la “fine della storia” e la vittoria finale del modello della democrazia liberale, rappresentato dagli Stati Uniti, su quello non solo comunista, ma di tutte le dittature del mondo. Questa versione del modello vincente “liberal-democratico” è stata nel corso degli anni il cavallo di battaglia di tutti i sostenitori della globalizzazione nel mondo occidentale che hanno deregolamentato, tagliato il welfare sociale e aperto le economie dei propri paesi in nome di una libertà intesa soprattutto dal punto di vista economico. L’assioma era : se gli Stati Uniti, campioni di libertà e di democrazia, sono il leader mondiale, più il mondo sarebbe stato interconnesso, più i paesi governati da dittatori entrando in competizione con gli Usa avrebbero dovuto copiarne il modello vincente.

Oggi sono passati quasi trent’anni dal crollo di quel muro che tanto aveva fatto gioire le democrazie occidentali. Eppure l’economia che da allora è cresciuta di più, arrivando a essere il secondo Paese per Pil e il maggior creditore mondiale, non è quella di una democrazia, ma bensì quella della Cina, Paese guidato da una ferrea dittatura in cui il Partito Comunista Cinese controlla ogni aspetto della vita dei propri cittadini.

Le radici del successo economico di questo Paese nel campo delle politiche liberiste, tradizionalmente considerato proprio delle democrazie liberali, stanno nel successo delle riforme iniziate nel 1978 dall’allora leader del Paese Deng Xiaoping che, continuate dai successori, hanno permesso al Paese di diventare la seconda economia mondiale pur mantenendo intatto il proprio regime comunista (che ormai di comunista ha sempre meno). Insomma la Cina ha continuato a crescere “copiando” il modello occidentale senza però prenderne le istituzioni politiche.

Come spiegare un simile fallimento dell’uguaglianza globalizzazione = democrazia?

Per capirlo bisogna considerare cosa ha davvero significata la globalizzazione per le dinamiche socioeconomiche delle nazioni coinvolte: una costante corsa competitiva al ribasso sui costi a discapito del costo della manodopera, dei diritti dei lavoratori arrivati in certi casi addirittura a essere considerati un handicap dai governatori. Questa sorta di “corsa verso il fondo”, dove per essere competitivi bisogna semplicemente avere il prodotto che costa meno, ha in fin dei conti favorito un Paese come la Cina, che ha potuto attuare riforme draconiane riuscendo a reprimere il dissenso della propria popolazione (a differenza delle democrazie, che per sfruttare a quel livello i propri lavoratori devono ancora fare i conti con ostacoli come le elezioni, i sindacati e la libertà di stampa).

L’ascesa del modello cinese dovrebbe portarci a chiederci se questa globalizzazione sia davvero sostenibile da un punto di vista democratico. E non solo perché a giovarsene è un Paese non democratico, ma soprattutto perché è proprio il modello delle democrazie occidentali quello che è oggi in crisi, a causa di un’apertura economica che sta facendo retrocedere i diritti sociali ai livelli dell’Ottocento penalizzando i lavoratori colpiti che, smarriti, non riescono più a fidarsi di una sinistra di governo che ha sponsorizzato questo modello e di conseguenza si lasciano incantare da una narrazione programmata per incolpare il migrante, il debole di un altro colore come responsabile, tramutando il disagio sociale nella solita guerra fra poveri. Aggrapparsi alla pace – peraltro solo nel mondo occidentale – che questo sistema ha portato, cercando di ridurre tutto il confronto sul tema a uno scontro fra i cattivoni razzisti e sovranisti e i buoni e saggi liberisti pro-global rischia di far fare ai secondi la parte degli struzzi che nascondono la testa sottoterra di fronte ai pericoli. Se oggi le democrazie rappresentative, le loro istituzioni, i partiti che le hanno governate sono sempre più in difficoltà lo devono in buona parte a questa scelta di autodelegittimarsi consegnandosi mani e piedi a dei mercati che appunto guardano alle cose da un punto di vista economico, non politico o etico.

Che il liberismo di questa globalizzazione non faccia rima con democrazia lo aveva già dimostrato Naomi Klein in Shock Economy raccontando come il primo paese a sperimentare questo modello di gioco al ribasso sui diritti dei lavoratori sia stato il Cile dei desapericidos di Pinochet dove tante aziende, fra cui la Fiat, si fiondarono a investire attirate dai bassissimi salari e infischiandosene di quanto sangue sparso ci fosse dietro quelle condizioni. Ed è oggi confermato dalla crisi delle democrazie europee che sono in un limbo fra il provare a fare come l’America di Trump un passo indietro dagli esiti pericolosi e imprevedibili e il provare davvero a credere nella possibilità di cambiare questa globalizzazione dando pieni poteri all’unico organismo in grado di poter essere abbastanza forte in questo consesso di superpotenze sempre più incattivite e meno democratiche: l’Unione Europea.

Mentre gli europei tentennano e gli americani provano un incerto passo indietro, la Cina continua sempre di più a farla da padrone in un mondo dove etica e diritti sociali sono ormai sempre meno importanti, quando non fastidiosi, per avere successo in economia.

Di fronte a uno scenario del genere forse è ora che la classe dirigente, specialmente di “sinistra”, prenda sul serio la domanda dell’ex presidente uruguiano Pep Mujica: “Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi?”

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