Io, volontaria a Samos vi racconto il suo infernoTempo di lettura stimato: 7 min.

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La crisi migratoria non ha colpito in questi anni solo l’Italia: anche la Grecia si trova a dover gestire le masse di persone che arrivano sulle sue coste cercando salvezza. Il centro di accoglienza dell’isola di Samos è uno degli esempi più lampanti delle difficoltà delle autorità nel tenere sotto controllo la situazione ed è stato negli tempi al centro di numerose polemiche. Per vederci chiaro abbiamo intervistato Ottavia Brussino studentessa 22enne del corso di laurea magistrale International Development presso l’università di Sciences Po a Parigi ed ex volontaria del centro di accoglienza di Samos.

Innanzitutto in che periodo sei stata a Samos e qual è stato il tuo ruolo?

Tra dicembre e gennaio scorso: un mese di piogge e forti intemperie che uno non si aspetterebbe mai di vedere su un’isola greca. Sono andata a fare volontariato con una Ong che è presente sull’isola dagli inizi della crisi migratoria europea. In quel mese ho coperto vari incarichi: eravamo pochi volontari rispetto agli altri periodi dell’anno. Ho aiutato a gestire la struttura del centro della ong, diventato rifugio quotidiano per centinaia di persone perché unico luogo coperto dove ripararsi dai temporali. Tra varie mansioni come pulizia dei bagni, preparazione del famoso chai e attività specifiche per aiutare l’integrazione delle donne, ho anche insegnato inglese agli adulti del campo. Ho anche svolto attività con i bambini: ogni giorno, di mattina e di pomeriggio, un gruppo di volontari si reca nella parte informale del campo (fuori dalle recinzioni) per fare attività con i bambini, che altrimenti rimarrebbero tutta la giornata senza alcun supporto dal momento che molto spesso non hanno accesso all’istruzione. Inoltre, sempre tramite questa associazione, ho lavorato anche nell’unico centro di lavanderia che permette di lavare i vestiti della popolazione del campo. Quest’ultima è operativa dalle 8 di mattina alle 9 di sera per sei giorni a settimana, ma nonostante ciò si riesce a coprire l’intera popolazione del campo una volta ogni tre/quattro mesi. Alcune volte ho anche lavorato come interprete in un consultorio legale che aiuta i richiedenti asilo a prepararsi per il colloquio con le autorità greche. Questo colloquio, molto spesso, viene fissato mesi e addirittura anni dopo l’arrivo sull’isola. Nel frattempo, non resta che aspettare…

Ci puoi descrivere la situazione del campo a livello di infrastrutture?

Il campo è stato costruito sullo scheletro di una ex base militare. Nato per ospitare al massimo 650 persone, è attualmente abitato da più di 5000. La parte formale del campo, ovvero quella all’interno delle mura, è sede dei vari container del camp manager, UNHCR, della distribuzione cibo etc, ed è divisa in vari livelli. In ogni livello si trovano container dove le persone dormono stipate una sull’altra in sacchi a pelo e servizi sanitari inagibili. Metà della popolazione, però, vive al di fuori delle mura spinate in tende da campeggio comprate nel negozio cinese dell’isola. In quelle tende, che con il tempo diventano spesso piccole case di cartone e plastica dove bambini, famiglie, donne e uomini trascorrono mesi, spesso anni, della loro vita. Senza alcun tipo di accesso a riscaldamento o luce, spesso le persone sono costrette a scaldarsi accendendo dei fuochi sotto le tende rialzate dal terreno affinché il calore possa arrivare più velocemente correndo degli ovvi rischi. Un’altra fonte di calore è bruciare i rifiuti plastici che sommergono i campi dell’area, ma anche in questo caso i pericoli sono parecchi. Quando sono arrivata io a Samos, nella parte informale del campo non c’era alcun tipo di servizio igienico. Così le persone erano obbligate a rintanarsi in qualche parte della foresta intorno (che loro chiamano giungla). Immaginatevi l’impossibilità di recarsi la notte senza luce né protezione nelle latrine naturali soprattutto per donne e bambini. A fine gennaio una ong ha portato circa 8 latrine (quelle da cantiere per intenderci) che sono state poste nella strada principale. In questo caos e degrado, è interessante vedere come si siano create varie comunità e piccoli villaggi all’interno del campo. Dalla comunità afghana, a quella togolese, a sinistra delle tende di adolescenti egiziani, senza dimenticare l’area dei guineani e la vastissima zona dei palestinesi. Quando sono tornata a febbraio, ho passato parecchio tempo a giocare a carte, leggere libri e ad ascoltare storie nelle tende dei miei amici. Mi hanno mostrato la tenda dei barbieri, insegnato i trucchi per costruire una tenda calda e protetta dalla pioggia, per tenere lontani ratti e serpenti e mi hanno rivelato la magia dell’accoglienza.

 

 

 

 

 

I minori sono sicuramente la fascia d’età che più risente della situazione. Ci puoi raccontare qualche tua esperienza personale? 

I minorenni sono assolutamente una delle fasce più vulnerabili (senza però dimenticare le donne). Nello specifico, credo che i minorenni non accompagnati (ovvero i ragazzini arrivati senza genitori né famiglia sull’isola) siano davvero il gruppo più fragile. Senza alcun tipo di supporto psicologico né guida, sono lasciati in balia di sé stessi nel caos del campo. Per questo motivo stimo moltissimo il lavoro delle associazioni che forniscono educazione e supporto agli adolescenti del campo, che saranno i cittadini di domani.

Ci sono varie esperienze che mi hanno fatto comprendere concretamente come l’adolescenza e l’infanzia dei minori del campo venga colpita inesorabilmente. Un giorno un mio piccolo amico congolese di sei/sette anni mi ha accompagnata alla sua tenda per farmi conoscere la mamma. Arrivati alla tenda mi ha mostrato le trappole che molto astutamente aveva creato per tenere lontano i mostri con nastri e corde. Dopo averlo inizialmente preso come uno scherzo puerile, B. mi racconta che quelle trappole servono per allontanare i mostri che di notte si avvicinano alla tenda e per proteggere la mamma e il fratellino. Le violenze, psicologiche, fisiche e sessuali, non sono sporadiche. Vista la totale assenza di protezione e la precarietà della popolazione del campo, dare un nome e un volto a chi abusa di minori risulta impossibile. Ecco così che tutto resta impunito. Solo per darvi un’idea, si parla anche di prostituzione forzata in cambio di pochi euro o di un pasto caldo…

Un’altra circostanza in cui ho compreso l’indifesa precarietà dei minori, e nello specifico dei minori non accompagnati, è stata quando due fratellini afgani di 10 e 16 anni, che erano arrivati a Samos da soli per fuggire alla guerra, sono stati separati. Mentre il più piccolino era stato fatto partire per Atene dove sarebbe poi andato in qualche casa-famiglia tra le montagne greche, il più grande era stato lasciato a Samos, nonostante le lunghe lotte da parte di varie ong per lasciarli insieme. Parecchie settimane dopo l’addio dei fratelli al porto dell’isola, il loro ricongiungimento è stato approvato dalle autorità greche. Una storia eventualmente andata a buon fine, ma il trauma della separazione rimarrà. Soprattutto, non è l’unico caso di separazione di famiglie; è infatti prassi sull’isola fare ciò. Una volta arrivato, sei identificato con un numero indipendentemente dal fatto che tu possa essere arrivato con tuo fratello, tua sorella, i tuoi genitori (quando sei maggiorenne), il tuo migliore amico, e i vostri casi saranno destinati a seguire procedure e tempi diversi.

A chi attribuisci la colpa di questa situazione?

Ovviamente a livello europeo manca una politica d’integrazione comune e possiamo vederne le conseguenze. Le condizioni del campo di Samos sono degradanti e il management del campo deve prendersene la responsabilità. La decisione del camp manager di non lasciar entrare le ong all’interno delle mura del campo non fa che peggiorare la situazione: molto più aiuto potrebbe venir fornito e le attività potrebbero essere migliorate e velocizzate.

Sei tornata poi a Samos con un giornalista di una testata nazionale. Quali pensi siano i meriti e i limiti di questo lavoro nel riportare la situazione a Samos?

Credo sia assolutamente importante parlare di ciò che sta accadendo a Samos perché informare è necessario per smuovere le acque. Ogni reporter contribuisce a parlare dell’argomento a modo suo, secondo la sua etica personale che non sempre si riesce a condividere. L’unica mia paura, e mi auguro che questo non accada mai, è che le persone del campo vengano strumentalizzate per trovare lo scatto perfetto o per fini non strettamente legati al condannare le loro condizioni a Samos. Inoltre, reputo essere importantissimo arrivare sull’isola informati: leggere, studiare e prepararsi se l’obbiettivo è quello di parlare del campo e delle condizioni dei rifugiati e migranti e riuscire ad investigare a fondo.

Pensi ci sia una via di uscita da questa situazione?

Penso che sia necessario parlare di ciò che sta accadendo a Samos con tutti i mezzi possibili. Siamo cittadini europei e come tali dobbiamo essere informati su ciò che accade alle porte d’Europa e non chiudere più gli occhi. Inoltre, non siamo solo cittadini ma anche elettori e, una volta indignati per ciò che sta accadendo, possiamo trasformare questa indignazione in leva politica in favore di quelle voci sensibili all’audacia dei migranti. Dopo essere tornata da Samos ho scritto un reportage per una testata online, Libero Pensiero, con cui ho cercato di raccontare cosa stesse accadendo sull’isola. Sto anche organizzando un evento al Salone al Libro di Torino dove presenteremo un progetto fotografico fatto dagli adolescenti dell’isola per continuare a parlare di Samos. Utilizzare ogni strumento possibile per raggiungere anche chi vuole rimanere cieco alla crisi migratoria europea è il primo passo che si può fare nella quotidianità, una piccola prima via di uscita da questa situazione. Dopodiché sarà assolutamente necessario trovare politiche comuni europee per la gestione dell’integrazione per evitare che nuove Samos si ripetano.

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