Il pianeta ha l’acqua alla gola: più conflitti all’orizzonteTempo di lettura stimato: 5 min.

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La siccità acuisce l'emergenza idrica di zone già aride o semi-aride, amplificando il rischio di conflitti per l'acqua.

Avete presente Mad Max: Fury Road, pellicola post-apocalittica di qualche anno fa? Quel mondo potrebbe non essere poi così distopico. Nel film, il cattivo Immortan Joe imbriglia a sé il popolo essendo in controllo delle uniche fonti d’acqua presenti nel deserto, frutto del cambiamento climatico, in cui la sceneggiatura ha luogo. Ed è forse in questa direzione che il nostro pianeta si muoverà, dando potere a chi detiene l’oro blu. Del resto, l’acqua scarseggia e se una volta era il petrolio a dettare interessi economici e strategie di guerre, ora sono sempre più spesso le risorse idriche a definire nuovi conflitti.

Nel 2010 una risoluzione dell’Onu ha stabilito il diritto di ogni persona all’accesso all’acqua potabile e sicura “un diritto umano universale e fondamentale”, come estensione del diritto alla vita. Ciò nonostante, garantire l’accesso a risorse idriche sicure resta una sfida incalzante. I dati infatti parlano chiaro e anzi, spaventano. Secondo il rapporto del 2019 curato dall’Unicef in collaborazione con l’Oms, un abitante del pianeta su 10 (circa 785 milioni di persone in tutto) non dispone ancora di un accesso sicuro all’acqua. Così importante, eppure così scarsa: è per questo che per essa si combatte, anche militarmente.

Genealogia di un’emergenza

Facciamo un passo indietro: perché l’acqua scarseggia? Ci suggerisce qualcosa in questo senso uno dei temi più caldi del momento, il cambiamento climatico. Infatti, con l’aumento della temperatura le regioni desertiche si estendono, peggiorando la già difficile emergenza idrica di cui soffrono molte zone aride, tra cui l’Africa Subsahariana e il Medio Oriente. Anche l’inquinamento delle falde acquifere causato da pesticidi e fertilizzanti non manca di fare la sua parte.

Per di più, il tutto va considerato alla luce della vertiginosa crescita della popolazione e degli aumenti dei consumi. La prima in particolare riguarda aree già aride o semi-aride del pianeta, come l’Asia meridionale. Per quanto concerne i consumi invece, secondo un’analisi della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, l’agricoltura si accaparra circa il 70% delle risorse idriche disponibili, ad esempio attraverso metodi d’irrigazione inefficienti. La situazione si complica se si considera poi che una maggiore ricchezza ha determinato un incremento nelle calorie consumate e abitudini alimentari che remano contro il risparmio dell’acqua. Ad esempio, la produzione di carne, latte e zucchero in media richiede l’utilizzo di una maggiore quantità d’acqua rispetto alla produzione di cereali.

Fonte di vita… e di violenza

Le “water wars” rappresentano il presente e il futuro nella mappa dei conflitti globali, sia a livello nazionale che internazionale. In particolare, all’interno di uno stato, una guerra legata alla penuria d’acqua tende ad accentuare le divisioni sociali se pone a confronto gruppi che attingono dagli stessi bacini idrici. È questo il caso della sanguinosa lotta tra coltivatori e pastori nigeriani causata dal prosciugamento del lago Ciad: se negli anni ’60 esso copriva una superficie di 22mila km2, oggi ne riveste meno di 1.500. Cercando fonti d’acqua alternative per il proprio bestiame, i pastori nigeriani si sono quindi trovati a sconfinare nei terreni agricoli. Laddove la scarsità d’acqua si sovrappone a una marginalizzazione politica ed economica poi, il rischio di un conflitto si amplifica.

Anche tra paesi, l’acqua è fonte di dispute. Spesso infatti quando fiumi e laghi vengono condivisi determinano confini ambigui. Inoltre, gli effetti di alcune opere artificiali, quali la deviazione dell’acqua attraverso dighe, possono facilmente riverberare nel paese con cui si spartisce la risorsa. Ariel Sharon, ex primo ministro israeliano nonché comandante nella Guerra dei sei giorni del 1967, scrisse che essa “iniziò di fatto il giorno in cui Israele decise di agire contro la diversione del Giordano [da parte della Siria, ndr].”

Ad oggi probabilmente l’allarme più forte arriva da Pakistan e India. Le tensioni sono esacerbate con la decisione del governo di Nuova Delhi di costruire una diga sul Ravi, fiume al confine tra i due rivali e le cui acque, pur essendo di fatto indiane, vengono fatte scorrere in parte anche in Pakistan. Quest’ultimo presenta un profilo idrico in notevole difficoltà e la scarsità d’acqua sta già avendo pesanti conseguenze sul proprio settore agricolo, dunque la diga non potrebbe che peggiorare l’emergenza. In un moderno scenario di guerra, ciò che spaventa è il fatto che a essere coinvolte in questo conflitto sono due potenze nucleari: c’è davvero da augurarsi che questa non sia la goccia che faccia traboccare il vaso.

Tra le altre zone da monitorare, è degno d’attenzione anche il focolaio mediorientale. La questione legata alla distribuzione delle risorse del Giordano è uno degli elementi al centro delle negoziazioni per la risoluzione del conflitto arabo-israeliano. Volgendo lo sguardo verso il bacino del Tigri-Eufrate invece, la competizione per lo sfruttamento delle risorse idriche vede protagonisti la Turchia, in cui i due fiumi hanno origine, la Siria e l’Iraq. La Turchia, in qualità di rivierasco di corso superiore e sfruttando le agitazioni geopolitiche degli altri due Paesi, ha elaborato un progetto per la costruzione di una serie di dighe e bacini artificiali, che argineranno l’acqua a discapito di Siria e Iraq, i quali non possono fare altro che lamentare il furto di risorse.

Qualche puntualizzazione

È necessario fare alcune precisazioni. Nonostante l’oro blu abbia giocato e stia tuttora avendo un ruolo fondamentale in diversi conflitti armati, non sempre la sua penuria ne è l’unica motivazione. Sembra chiaro che l’acqua rappresenterà un fattore da tenere in considerazione in un crescente numero di scontri. Tuttavia, in assenza di uno scenario controfattuale non è possibile stabilire se le guerre precedute da una evidente scarsità delle risorse idriche si sarebbero sviluppate anche in assenza di essa. Il caso siriano ne è un buon esempio. Accanto alle dinamiche politico-economiche, alcuni sottolineano che la siccità aveva ridotto in povertà una fetta consistente della popolazione, avendo decimato i raccolti, e che questo deve avere almeno contribuito alla rivolta. Ovviamente non è dato sapere se il conflitto civile in Siria avrebbe avuto luogo senza l’emergenza idrica; forse corruzione, disoccupazione e l’opprimente regime di Bashar al-Assad sarebbero comunque stati sufficienti a far scatenare la crisi. Si può però supporre che la scarsità d’acqua possa aver accelerato le istanze del popolo siriano.

Non esistono invece dubbi sulla possibilità che un conflitto determini un’emergenza idrica. Si pensi allo Yemen, strozzato da una guerra civile che al momento non pare avere via d’uscita. Sebbene i suoi guai con lo stress idrico risalgano a un tempo precedente la crisi, quest’ultima ha definitivamente deteriorato le risorse d’acqua. Bombardamenti aerei e combattimenti terrestri hanno distrutto le infrastrutture idriche e sanitarie del Paese, causando una grave epidemia di colera. Da non sottovalutare neanche gli effetti “indiretti” che le guerre possono avere su paesi terzi. È il caso del Sudan: nel 2006, l’improvviso aumento dei rifugiati eritrei, in fuga dalla violenza all’interno del loro stato, mise ulteriormente sotto pressione le limitate risorse idriche sudanesi. Per di più, talvolta è l’acqua stessa a diventare un’arma, causando inutili sprechi. Un esempio su tutti: ad Aleppo la fornitura idrica dipende dalle stazioni di pompaggio e di elettricità, che si trovano sotto il controllo di fazioni contrapposte. Un bene da fornire in maniera incondizionata diventa oggetto di stratagemmi politici. Ed è sempre la popolazione che ne risente.

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