Il declino dei 5Stelle: inesorabile o “mal di governo”?Tempo di lettura stimato: 5 min.

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4 Marzo 2018. Sono due i vincitori delle elezioni, destinati due mesi dopo a formare il governo “giallo-verde”, tutt’ora al governo.
Il Movimento 5Stelle dopo lo straordinario risultato del 2013, in cui ottenne il 25,6% alla camera e il 23,8% al Senato, si confermava, alla sua seconda apparizione in una Legislatura Italiana, primo partito italiano con percentuali stellari: un italiano su 3 aveva votato 5Stelle. Ma la vittoria reale dei 5Stelle arrivava dal Sud, in cui avevano raggiunto picchi del 45%. Un risultato impressionante, che a prescindere dalle diverse visioni, legittimava il partito a primo d’Italia, seguito dal Partito Democratico che aveva preso quasi il 15% in meno. Ancora, una differenza abissale.

Quello che è accaduto in quest’anno, per una serie di motivi, ha dell’inspiegabile.
Il Movimento è riuscito nell’ardua, oserei dire impossibile impresa di perdere il 10% dei voti stando all’ultimo sondaggio pubblicato da SWG.

E’ un dato allarmante per i rappresentanti e per gli alti vertici del partito, che però sembrano non rendersi conto che vi è un forte malumore tra i votanti a 5Stelle del 4 Marzo. Per anni i 5Stelle hanno avuto un grande merito storico: il confronto con le associazioni di base, le associazioni territoriali, e tutte quelle realtà che esprimevano bisogni e necessità politiche che nessun partito aveva saputo intercettare a dovere: si pensi a quanti NO il Movimento ha portato avanti nel corso degli anni.

Per anni abbiamo sentito, non in ordine di importanza o cronologico, slogan che recitavano: NO Ilva, NO Tap, NO Tav, persino NO Muos in Sicilia. Era una rivoluzione nel linguaggio politico e gli italiani, che non avevano interlocutori cui esprimere le loro esigenze e perplessità sulle politiche del paese, vedevano nel Movimento l’unico strumento per ottenere quelle che erano proteste incapaci di istituzionalizzarsi.
Una volta al governo, si pensava, sarebbe cambiato tutto. Tutti quei No nelle piazze sarebbero diventati No in Parlamento, tutte le voci inascoltate adesso avrebbero composto la maggioranza, avrebbero avuto in mano una parte dell’esecutivo. E l’esecutivo decide, implementa, cambia.

1 Giugno 2018: Movimento 5Stelle e Lega trovano il fatidico accordo, dopo aver stilato il programma del cosiddetto “Governo del Cambiamento”, sul Presidente del Consiglio: Giuseppe Conte. Il personaggio è ben accolto dal pubblico, e nonostante qualche scivolone iniziale (chi non ne commette all’inizio di un’esperienza per cui non è all’altezza..) sembra un buon collante tra i partiti.

Perché l’interrogativo più grande all’inizio di questa legislatura per molti fu: come possono coesistere due partiti diametralmente opposti come Lega e 5Stelle? In questo anno abbiamo imparato come.

Insieme Lega e 5Stelle vantavano il 50% dei voti alle precedenti elezioni, una maggioranza che di fatto rendeva quest’alleanza non solo indispensabile ma esente da giudizi di sorta.
La verità è che Lega e 5Stelle si presentavano alle elezioni del 4 Marzo con programmi diametralmente opposti. Uno proponeva la Flat Tax, l’altro il Reddito di Cittadinanza. Uno era espressione del Sud, l’altro del Nord. Uno era contrario alle grandi opere, l’altro era a favore. Esemplare è rivedere le loro posizioni nel Parlamento Europeo: i loro gruppi parlamentari hanno votato quasi sempre in modo diverso. Il gruppo parlamentare dei 5Stelle, l’EFDD, ha votato più volte insieme ai Verdi Europei che al gruppo della Lega, l’ENF. Precisamente hanno votato insieme il 41% delle volte, meno della metà.

Come dimenticare a Settembre il voto sulle sanzioni ad Orbàn in cui la Lega votò contro e il 5Stelle votò a favore. Due partner di governo che non riescono nemmeno a trovare una politica estera che sia univoca e condivisa come possono trovare una politica interna in cui più pressioni si scontrano e più interessi vengono a galla?
Ancora, all’indomani dell’inchiesta sullo stadio della Roma nei primi giorni di Governo, le primissime reazioni dei leader furono quasi antitetiche tra loro: Salvini diceva di conoscere uno degli imprenditori coinvolti e lo descriveva come una “persona perbene”, Di Maio tuonava su Facebook con il fare giustizialista che nel bene o nel male ha contraddistinto la storia politica dei 5Stelle.

Probabilmente quelli erano i primi segnali di instabilità del governo, composto da visioni contrapposte su troppi temi per essere efficace come avrebbe voluto e dovuto essere per gli elettori. Perché la giustizia è un tema che il 5Stelle non ha mai abbandonato e che ha sempre portato avanti con estrema convinzione (vorremmo poter dire giudizio) e l’intromissione della Lega in questo tema altro non poteva far presagire che il governo sarebbe stato a trazione Lega.
Perché se sull’immigrazione era normale che la Lega si ritagliasse il suo spazio, meno lo è che si sia ritagliata il suo spazio in ogni posizione precedentemente “di proprietà” 5 Stelle. Ed ecco Salvini che si esprime su Scuola, Sanità, Sviluppo Economico, Mezzogiorno.

Il vero problema del Movimento in questo arco di tempo era non far cadere il governo. Per Salvini il vero problema era capitalizzare tutti i voti possibili. Perché Salvini ha un piano B, e quel piano B è migliore del piano A. Il Piano B si chiama maggioranza del centrodestra, il piano A si chiama Movimento 5Stelle, ergo un alleato non comodissimo per il suo programma di governo. Ma per attuare il piano B deve prima essere sicuro che non vi siano altre sacche di popolazione da cui poter attingere, e le regionali del 2019 cadono a pennello.
La prima tornata, quella abruzzese, ha confermato questo trend: 5Stelle calano, Lega sale. In Sardegna, per le cui elezioni dovremo aspettare il 24 Febbraio, sono il secondo test, ma già in molti affermano che il Movimento non reggerà bene l’urto. Per ogni voto in più che la Lega ottiene, le possibilità che questo governo resti in piedi diminuiscono, a decretare questa scissione sarà poi un caso emblematico in cui le differenze saranno tali da costringere il Movimento ad alzare la voce.

Anche Travaglio ha abbandonato dopo il salvataggio di Salvini sul caso Diciotti. Grillo si dice insoddisfatto dell’andazzo.
Il Movimento 5Stelle non è morto come molti dicono, vanta ancora un 20% di cui molti sono grillini della prima ora. Ad ogni modo, sicuramente non è sulla strada giusta per restare vivo.

 

 

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