Il conflitto in Sud Sudan: una guerra senza vincitoriTempo di lettura stimato: 6 min.

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Salva Kiir, leader del Sud Sudan nel conflitto con i ribelli di Riek Machar

Il Sud Sudan sembra poter finalmente voltare le spalle al conflitto che l’ha segnato. Perché nonostante sia lo stato più giovane del mondo essendo nato nel 2011, non ha mai conosciuto la pace: nè prima, nè dopo l’indipendenza dal Sudan.
Per conoscere come la storia del Sudan e dell’indipendenza dello stato meridionale vi rimandiamo all’articolo di Ludovico Bianchi.

NASCITA

Il Sud Sudan ottiene l’indipendenza dal Sudan nel 2011, ma non ha mai conosciuto stabilità.
L’esercito di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA d’ora in poi) ottiene il potere ma deve affrontare da subito altre guerre e altri conflitti, siano essi nazionali o internazionali.

A livello interno, il Sud Sudan è ancora un paese spaccato che vede nei due gruppi rivali (SSDM/A e SSLM/A)[1] i principali fautori di violenza interna. Il governo del Sud Sudan infatti continua a scontrarvisi nelle aree di confine, dovendo combattere contro due gruppi ben organizzati e soprattutto finanziati e aiutati dal governo del Sudan. In questo modo, Al-Bashir continua indirettamente la sua guerra mai finita contro gli infedeli separatisti.

Ma non sono solo i ribelli a generare insicurezza nel Paese: vi sono difatti altri gruppi e varie fazioni in lotta tra loro, che richiedono l’attenzione del governo centrale, che deve impedire fin dalla sua nascita che vi siano potenze straniere ad infiltrarsi nel giù instabile equilibrio statale. Questi gruppi si concentrano soprattutto nella regione dello Jonglei, e le morti dagli scontri arrivano a 1500 nel solo 2014.

LA CRISI MODERNA

4 Gennaio 2013: è organizzato un vertice tra i presidenti dei due stati ex-belligeranti. Il Sudan è rappresentato da Omar al-Bashir e il Sud Sudan da Salva Kiir. L’incontro, seppur permeato dalle tensioni provocate dall’appoggio silenzioso ma evidente del governo di al-Bashir, viene descritto per la reale possibilità di raggiungere un accordo. I due si scontrano su vari temi, l’attenzione si sposta verso i rimasugli del precedente conflitto e il Sud Sudan accusa il Sudan di voler intraprendere una “guerra economica” nei propri confronti. L’incontro termina con un nulla di fatto. Nessuna zona demilitarizzata, nessun accenno alla pace per la regione.

8 Marzo 2013: nonostante lo stallo di inizio anno le tensioni sembrano attenuarsi. In due giorni si raggiunge un accordo che rafforza la sicurezza del confine, prevedendo anche la creazione di una zona di confine smilitarizzata, del cui controllo si occuperanno anche altri stati.
Nello stesso mese l’SPLA continua a combattere e diversi attentati il 26 Marzo provocano la morte di 170 persone: 150 ribelli e 20 soldati.

Ad Aprile vi sono altri colloqui che si concludono con la firma di un accordo che prevede:

  • L’apertura e la riapertura di 10 corridoi di frontiera;
  • La costituzione di un comitato congiunto di sicurezza (JSC) che ha l’obiettivo di facilitare il processo decisionale, rispondendo prontamente alle richieste dei ribelli;
  • La promozione delle relazioni tra i due governi;

Per rispondere a tutte le novità venute fuori dal vertice, Salva Kiir decide di sciogliere il governo. In un colpo solo sospende il Vicepresidente Riek Machar e il Segretario Generale dell’SPLA.

Viene pertanto formulata una proposta di amnistia nell’Agosto dello stesso anno al leader dei ribelli nel Jonglei, David Yau Yau. Vi è anche la componente internazionale all’incontro nella veste della Missione Internazionale delle Nazioni Unite (UNMISS).
Al-Bashir nello stesso giorno ritira la minaccia di vietare il passagio del petrolio proveniente dal Sud nel suo Paese. Dopo un mese, i Ministri degli Interni dei due paesi ratificheranno ufficialmente quanto approvato un mese prima.
Sistemate le tensioni internazionali, il Sud Sudan ora deve occupare di rilassare le tensioni interne.

15 Dicembre 2013: l’ex Vicepresidente Riek Marchar e i soldati a lui fedeli tentano un colpo di Stato.
In pochi giorni il conflitto è guerra sanguinosa tra etnie. Si assiste a migliaia di morti, 75mila rifugiati e altre 180mila costrette ad abbandonare le proprie abitazioni in quanto situate in territorio di guerra.
L’attenzione internazionale si riversa nel paese e il Consiglio di Sicurezza ONU nella Vigilia di Natale decide per l’aumento delle Forze ONU nel territorio. Ordina il cessate il fuoco, autorizza l’uso della forza sulla base del Settimo Capitolo della UN Charter (Carta delle Nazioni Unite).

Ad un mese dall’inizio del conflitto ammontano a quasi 100mila gli emigrati e a 500mila gli sfollati.
140mila truppe calcano il suolo del Paese.
Alla fine del Gennaio 2014, ad Addis Abeba, viene firmato il cessate il fuoco.

Sarà fumo negli occhi negli anni a venire: il conflitto in Sud Sudan si è anzi inasprito, portando con sè altri morti, sia militari che (purtroppo) civili.
Il Sud Sudan deve tutta questa insicurezza anche e soprattutto alla corruzione che di fatto impedisce la cessazione delle ostilità. Le milizie cambiano fronte a seconda dell’offerta economica migliore che arriva.
Per questo motivo Salva Kiir ha richiesto all’ONU una somma di 20 milioni di dollari per sostenere le spese della “tregua armata”. Il personaggio in questione, ad ogni modo, non ha la fiducia necessaria affinché gli sia concessa tale somma.

Come si legge nel World Report, infatti:
“Tutte le parti in conflitto hanno commesso gravi abusi, inclusi attacchi indiscriminati contro civili, inclusi operatori umanitari, uccisioni illegali, pestaggi, detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali, reclutamento e uso di bambini soldato, saccheggi e distruzione di proprietà civili. Alcuni abusi costituiscono crimini di guerra o crimini contro l’umanità. Tutte le parti in conflitto hanno limitato l’accesso alla missione delle Nazioni Unite (ONU), a coloro che forniscono assistenza umanitaria e agli osservatori del cessate il fuoco.”

E ancora:
“Dall’inizio del conflitto in Sud Sudan nel dicembre 2013, più di 4 milioni di persone sono fuggite dalle loro case, con 2,47 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi. Quasi 200.000 persone vivono in sei siti di “protezione dei civili” delle Nazioni Unite in tutto il paese. Sette milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, la maggior parte dei quali ha dovuto affrontare una grave penuria di cibo.”

Ciò che più colpisce è che anche le scuole e le strutture sanitarie sono state nel tempo vandalizzate, distrutte e saccheggiate. Soprattutto le forze governative, nella scorsa estate, hanno attaccato civili, saccheggiato e bruciato proprietà e scuole, centri sanitari e chiese occupate.

Dopo quasi cinque anni di guerra civile nel Sud Sudan, Kiir e Machar hanno partecipato a negoziazioni mediate dall’Uganda e dal Sudan nel giugno 2018. Kiir e Machar hanno firmato la Dichiarazione di Accordo di Khartoum (Khartoum Declaration of Agreement) che includeva un cessate il fuoco e un impegno a negoziare un accordo di condivisione del potere per porre fine alla guerra. Questo accordo è stato seguito da un accordo di pace per porre fine alla guerra civile firmata dal governo e dal partito di opposizione di Machar, insieme a molte altre fazioni ribelli.

Questo accordo di pace è stato denominato “Accordo Rivitalizzato sulla Risoluzione del Conflitto in Sud Sudan” (Revitalized Agreement on the Resolution of the Conflict in South Sudan), includeva una nuova struttura di condivisione del potere e ripristinava Machar come vicepresidente. Ci sarebbe stato un primo periodo “pilota” di 8 mesi, con un’eventuale estensione di 3 anni soggetta al benestare di entrambe le parti.

I NUMERI TRAGICI DEL CONFLITTO

Da quando la guerra in Sud Sudan è iniziata nel dicembre 2013 abbiamo assistito a:

  • più di 4 milioni di persone sono fuggite dalle loro case;
  • 2,47 milioni di rifugiati nei paesi limitrofi;
  • 200000 persone vivono in sei siti di “protezione dei civili” delle Nazioni Unite in tutto il paese;
  • 7 milioni di persone in bisogno di assistenza umanitaria;

Secondo le diverse agenzie delle Nazioni Unite, le persone a rischio malnutrizione sono aumentate del 13% dal gennaio 2018.

La guerra ha ridotto in modo importante soprattutto la produzione di cereali: nel 2018 hanno sfamato il 61% della popolazione, nel 2019 sarà il 52%.

Per l’Unicef ad ogni modo la situazione è ancora drammatica. Il programma per la malnutrizione dei bambini ha bisogno di altri 55,4 milioni di dollari affinché si possano aiutare tutti i bambini ingiustamente coinvolti in questa catastrofe.

A Febbraio ci sono state sette condanne di morte. I condannati a morte sono stati impiccati, ma come riporta Amnesty International, le esecuzioni avvengono nella più totale segretezza.

Per i report di Organizzazioni Internazionali consigliamo questi link:
World Report 2019
WFP (World Food Program)
WHP (World Health Program)

NOTE:
[1] SSDM/A: South Sudan Democratic Movement/Army (Movimento/Esercito Democratico del Sud Sudan)
SSLM/A: South Sudan Liberation Movement/Armt (Movimento/Esercito di Liberazione del Sud Sudan)

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