Governo, le tappe della crisiTempo di lettura stimato: 2 min.

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Oggi, con una nota, la Lega ha comunicato che presenterà una mozione di sfiducia in Senato al premier Conte. Un gesto prevedibile, vista la nota volontà di Salvini di andare a elezioni anticipate, ma che rimane comunque una dura forzatura istituzionale. È infatti molto raro che a chiedere la sfiducia sia una forza appartenente al governo stesso: la prassi prevede (o almeno, prevedeva) che il premier, preso atto della mancanza di sostegno, salga a Quirinale per presentare le proprie dimissioni. In questo caso, invece, Conte non sembra per nulla intenzionato a rimettere l’incarico, in modo da costringere Salvini allo strappo istituzionale. Dalla Lega fanno sapere che è “un’atto politico, con cui ci assumiamo la responsabilità di ufficializzare la crisi di governo”.

Ma, mentre il presidente del Consiglio chiedeva a Salvini di riferire in aula i motivi per far cadere il governo, anche Di Maio si esprimeva a favore del voto, a patto però di aver prima diminuito il numero di parlamentari (decreto il cui voto è previsto per metà settembre). Ora, la mozione di sfiducia non può, per regolamento del Senato, essere votata prima di tre giorni dalla sua richiesta, “ma non oltre i 10”: sarebbe quindi volontà di tutte le forze politiche non andare oltre il 20 agosto. Il tutto con sullo sfondo un parlamento che ha già chiuso le serrande, per riaprirle solo il 9 settembre. Per questo il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, ha convocato la riunione dei capigruppo per lunedì 12 alle 16, in modo da decidere una data per “riaprire” la Camera alta, richiamare i parlamentari e discutere la mozione (durante la quale è previsto anche un discorso del premier Conte).

Se in Senato la sfiducia passasse, Salvini vedrebbe il suo percorso verso le elezioni (e la probabile nomina a premier) improvvisamente spianato. Tuttavia, come gli ha ricordato punzecchiandolo il presidente della Camera Fico, il ministro dell’Interno non ha la facoltà di sciogliere le Camere. È per questo che la palla passerebbe al presidente della Repubblica Mattarella, l’unico che può decidere modi e tempi della crisi. Nel momento in cui Conte dovesse rassegnare le dimissioni, Mattarella avvierebbe il giro di consultazioni sentendo prima i presidenti delle Camere poi i vari leader dei partiti, e infine i senatori a vita e i rappresentanti delle autonomie. Se non ci dovesse essere una nuova maggioranza possibile, il presidente scioglierebbe il parlamento e indirebbe nuove elezioni in una data compresa tra i 40 e i 70 giorni dopo.

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