Gli Stateless – da Hannah Arendt ai giorni nostriTempo di lettura stimato: 6 min.

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Ne Le Origini del Totalitarismo (1951) Hannah Arendt sostiene che ogni evento politico accaduto dalla prima guerra mondiale ad oggi ha inevitabilmente aggiunto una nuova categoria a coloro che vivono al di fuori della legge: gli apolidi, ovvero le persone senza uno stato. In particolare, l’autrice si riferisce alle minoranze che si crearono durante la prima guerra mondiale all’interno degli stati sconfitti. Non venendo riconosciute dallo stato di cui si sentivano parte, le minoranze creatasi facevano fatica a riconoscersi in un altro stato che, pur fornendo loro lo status legale di cittadino, non era il loro. Le azioni intraprese per risolvere questo problema, tra l’altro molto criticate dalla Arendt, per un certo verso hanno ottenuto il risultato opposto a quello auspicato, allargando le fila degli apolidi. Prima di tutto, vediamo di fare chiarezza su questo problema, causato senza dubbio da lacune gestionali e amministrative. Per esempio, uffici di censimento inefficienti creano bambini senza uno stato fin dalla nascita (è il caso di alcuni paesi africani), e la modifica di  confini da parte di un governo generano apolidi dal giorno alla notte.

In base all’approccio con cui si definisce questa situazione, sono stati identificati due gruppi di stateless: stateless de jure e stateless de facto.

La Convenzione del 1954 definisce così l’individuo apolide: “Per stateless intendiamo qualcuno che non è considerato cittadino sotto la legge di nessuno Stato”. In questo caso siamo di fronte a una definizione de jure, in quanto solamente lo stato legale di una persona, e non quello effettivo, viene preso in considerazione. Sottostando a questa definizione, la United Nations Refugee Agency (UNHCR)) nel 2016 ha stimato che esistono almeno 10 milioni di stateless o persone a rischio di diventarlo. Una delle critiche fatte a questa definizione è che esclude coloro che potrebbero essere rivendicati come cittadini da uno Stato, ma che in realtà risiedono e hanno forti legami con un’altro e che quindi sono effettivamente in mancanza di una nazionalità. Ecco che arriviamo a capire che una persona è de facto senza uno stato se i suoi diritti alla cittadinanza non vengono universalmente riconosciuti e il suo senso di appartenenza nazionale ignorato. Se vi state chiedendo che differenza ci sia, vi dico che siete sulla mia stessa onda. Infatti, non sarebbe corretto dire che essere cittadini significa qualcosa in più rispetto ad avere una semplice nazionalità?

Un altro tentativo importante per cercare di risolvere il problema di cui stiamo parlando è costituito dalla Convenzione del 1961 sulla Riduzione degli Stateless. Questa convenzione cerca di implementare quella precedente fornendo una strada verso la cittadinanza a coloro che altrimenti sarebbero senza uno Stato. In particolare, obbliga le nazioni a concedere  la cittadinanza a bambini nati nel loro territorio se non sono in possesso di un’altra. Questo implica che stati ius sanguinis (che non forniscono cittadinanza a figli di stranieri nati nel loro territorio come ad esempio l’Italia e l’Inghilterra) avrebbero dovuto applicare leggi ius soli (come ad esempio gli Stati Uniti, dove se tu nasci da genitori stranieri, automaticamente possiedi la cittadinanza) per questi bambini. Tuttavia, per quanto questa convenzione mirasse a ridurre il numero di persone senza uno stato, non toccava minimamente quella presente all’epoca, ne tantomeno si preoccupava degli stateless de facto.

A questo punto, mi sento in dovere di fare una puntualizzazione. Credo che le convenzioni di per sè non siano il problema più grande che ostacola la riduzione del numero degli stateless, credo siano gli stati stessi. Per quanto questo possa sembrare una provocazione, i dati sostengono la mia tesi. Infatti, per decenni molti paesi si sono rifiutati di firmare e accettare le convenzioni, creando una mancanza di informazioni per l’UNHCR non indifferente. Prendendo l’esempio di paesi ben noti, l’Italia ha firmato solo la Convenzione del 1954, il Canada solamente quella del 1961, l’Inghilterra invece entrambe. Inoltre, stati con un’elevata quantità di stateless come la Repubblica Dominicana, l’India e il Bangladesh, le hanno ignorate entrambe. Un altro caso che stupisce è quello degli Stati Uniti. Infatti nemmeno gli USA hanno accettato nessuna delle due convenzioni, sostenendo di essere uno stato con legislazione ius soli e di non contribuire alla creazione di persone senza uno stato. Tuttavia, è innegabilmente vero il fatto che migliaia o addirittura milioni di stateless vivano in America, senza protezione o diritti.

Un’ altra ragione per la quale sostengo che gli stati stessi siano il più grande ostacolo da superare per le persone senza uno stato è perchè approvano leggi che li creano. Esempi vanno da leggi discriminatorie sul sesso, come in Indonesia, Giordania, nel Golfo degli Stati Arabi e in oltre 20 stati africani, dove se tu nasci da una madre cittadina ma da un padre non cittadino, non ti viene riconosciuta la cittadinanza, a leggi che su basi etniche non concedono la cittadinanza, come in Costa d’Avorio e nella Birmania Buddista. Il caso che più mi ha colpito è quello della Repubblica Dominicana. Infatti, nel 2013, la Corte costituzionale dominicana ha portato migliaia di cittadini dominicani con origini haitiane a perdere la loro cittadinanza e i diritti legati ad essa. Questo perchè il governo dominicano riteneva che queste persone avessero la cittadinanza haitiana, quando prima e tutt’ora, il governo haitiano non li riconosce come suoi cittadini.

Non volendo essere troppo pessimisti, arriviamo alle buone notizie.  Infatti dati che provengono dall’UNHCR dicono che negli ultimi quattro anni hanno aderito alla convenzione del 1961 più Stati di quanti non l’avessero fatto nei quaranta precedenti. Inoltre, molti di questi hanno anche risolto il problema: in Bangladesh 300 mila persone che parlavano l’urdu ed erano stateless sono state riconosciute come cittadini e dal 2009 ad oggi, più di 60 mila sovietici sono stati riconosciuti come cittadini del Kirghizistan e 15 mila come cittadini Turkmeni.

Unito a tutto questo, nel 2014 l’UNHCR ha lanciato un programma per risolvere il problema degli stateless in dieci anni. La chiave per fare ciò sarebbe la volontà politica, e non potrei trovarmi più d’accordo. Gli obiettivi vanno da assicurare che ogni nascita sia registrata regolarmente a rimuovere leggi discriminatorie basate sul sesso, in modo che anche le donne possano dare la cittadinanza ai propri figli. Per il presente invece, puntano a cambiare leggi o policies dei vari governi, e ad aggiungere delle garanzie per le persone interessate dalla creazione di un nuovo stato o dallo scambio di territori tra Stati.

Ora, dato il progresso che abbiamo fatto nel comprendere il problema degli stateless, mi trovo al quanto perplesso su cosa il futuro possa riservare per queste persone. Dico questo per un motivo che oramai conosciamo tutti: la salita al potere dei partiti di estrema destra in Europa e non solo. Stiamo vivendo in un momento storico dove odio e repulsione verso rifugiati e migranti la fanno da padrone, e dove chiunque decida di concedere la cittadinanza a bambini o stateless che vivono in quel paese, inevitabilmente perderebbe supporto elettorale. Ciò rende la possibilità di una vita migliore per gli stateless nel recente futuro poco credibile.

Tuttavia, per quanto Hannah Arendt fosse scettica nell’avere fiducia  che i governi siano in grado di permettere a tutte le persone di avere il diritto di avere i diritti e per quanto la situazione politica attuale sia un ostacolo, progressi sono stati fatti e il progetto dell’UNHCR di porre fine alla statelessness in dieci anni resta il  più realizzabile.

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