Le elezioni presidenziali in AlgeriaTempo di lettura stimato: 3 min.

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Proteste di piazza prima delle elezioni presidenziali

Durante gli ultimi giorni l’opinione pubblica si è concentrata sulle elezioni nel Regno Unito, mentre poco o nulla è stato detto sulle elezioni in Algeria del 12 dicembre. I cittadini del più grande dei Paesi Arabi sono stati chiamati alle urne per eleggere il nuovo Presidente. Le forti proteste di piazza delle ultime settimane hanno contestato questa tornata elettorale.

Fonte: Ispi
ASSETTO ISTITUZIONALE

In Algeria si ha una Repubblica costituzionale Semi-Presidenziale. Il Presidente è il capo dello Stato, mentre il Primo Ministro è il capo del Governo. Il potere legislativo spetta sia al Governo sia alle due Camere del Parlamento. Il Paese è caratterizzato da un potente apparato militare e di sicurezza ereditato dalla Guerra di Indipendenza dalla Francia che ha dato molto valore alla segretezza. Molti osservatori definiscono l’Algeria una “democrazia controllata“. In pratica l’esercito ed un ristretto gruppo di civili non eletti, “Le pouvoir“, prendono le decisioni più significative che dovrebbero essere di competenza del Presidente.

I CANDIDATI

Dall’inizio dei venerdì di protesta, nel febbraio scorso, le elezioni sono state rinviate due volte, ad aprile e a luglio. L’Autorità Nazionale Indipendente per le Elezioni (Anie) ha ammesso cinque candidature su ventidue. Tutti i candidati sono uomini politici legati più o meno direttamente al regime di Abdelaziz Bouteflika, il Presidente che è stato in carica dal 1999 al 2019. Abdelmadjid Tebboune e Ali Benflis sono entrambi ex Primi Ministri. Azzedine Mihoubi è un giornalista ed ex Ministro della Cultura. Poi ci sono Abdelaziz Belaid, ex dirigente del Fronte di Liberazione Nazionale (partito politico nato nel 1954 finalizzato ad ottenere l’indipendenza dalla Francia) e Abdelkader Bengrina, ex Ministro del Turismo. Tutti i candidati hanno affermato in un dibattito pubblico la volontà di voler prendere le distanze dal precedente regime. Molti opinionisti ritengono che questo dibattito sia stato una farsa priva di veri contenuti politici.

IL RUOLO DELL’ESERCITO

L’esercito conta 500.000 uomini ed assorbe il 20% del bilancio nazionale. I militari sono i responsabili della poca chiarezza e trasparenza della politica algerina. Il capo dell’esercito è Ahmed Ghaid Salah e ha retto il Paese fino ad oggi dopo le dimissioni di Bouteflika. Il veterano della Guerra d’Indipendenza ha sollecitato le dimissioni dell’ex Presidente e ha rimosso i vertici dei Servizi Segreti in seguito alle manifestazioni di piazza. Ha riposizionato l’esercito nell’immaginario collettivo della gente, malgrado i militari siano stati essenziali a mantenere “Le pouvoir” saldo al comando per 20 anni. Risulta difficile immaginare che l’esercito sia in grado di coniugare l’esigenza di mantenere la propria influenza sul sistema e al tempo stesso rispondere alla richiesta di cambiamento invocata dalle piazze.

LE RICHIESTE DEL POPOLO 

I manifestanti del movimento “Hirak” ritengono che tutti i candidati non rappresentano una rottura totale col passato e con l’intreccio politico-militare-pouvoir che ha retto da anni le sorti del Paese. Lo slogan principale delle numerose manifestazioni è stato: “Nessuna elezione con le gang“. Secondo l’opinione prevalente all’interno della società non basta rimuovere un tiranno ed indire elezioni considerate una farsa. È necessario un cambiamento radicale che veda il sistema rinnovarsi e che il deep State legato all’esercito ceda il potere ad una nuova classe di politici indipendenti. I principali problemi che affliggono il Paese sono: corruzione, crisi economica, disoccupazione giovanile, libertà d’espressione carenza di servizi.

I RISULTATI
Il neo-Presidente Abdelmadjid Tebboune

Il nuovo Capo di Stato vincitore delle elezioni è Abdelmadjid Tebboune. Ha ottenuto il 58% dei suffragi, ma soltanto il 39% degli algerini è andato a votare secondo i primi dati diffusi dall’Anie. È Il tasso di partecipazione più basso della storia del Paese. In alcune regioni il tasso di partecipazione è stato dello 0%. In queste regioni i manifestanti hanno occupato i seggi causando la sospensione del voto. Vari incidenti in tutto il Paese hanno caratterizzato la giornata del 12 dicembre e le proteste non intendono fermarsi con l’elezione del nuovo Presidente.

Molti analisti ritengono che il nuovo Presidente non può contare sulla legittimità popolare e che i militari continueranno ad intervenire attivamente nella vita politica. Le elezioni potranno solamente alimentare nuove tensioni all’interno della società e in conseguenza maggiori repressioni.

 

 

 

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