Elezioni in Eurasia, marzo mese di fuocoTempo di lettura stimato: 2 min.

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Mentre il mondo è ormai proiettato sulle elezioni presidenziali americane del 2020, nel giro di pochi giorni si sono tenute almeno 3 elezioni fondamentali per la geopolitica dell’Eurasia. 3 voti che stanno sconvolgendo l’assetto politico del macro continente. Quali?

1. Le amministrative in Turchia. Dopo 25 anni di predominio dei conservatori islamici, il partito del presidente Erdogan ha perso il controllo della capitale Ankara, dove ha trionfato il candidato di opposizione Mansur Yavas, esponente del partito di centro-sinistra CHP. Una sconfitta dall’alta rilevanza simbolica per un paese trasformatosi da qualche anno in una democrazia solo di facciata. Anche Istanbul è in bilico: il conteggio dei voti, giunto quasi al termine, è stato fermato per presunti brogli elettorali. Per Erdogan la situazione appare tuttavia tutt’altro che rosea: secondo le stime, il candidato del suo partito si aggira attorno al 48,7 %, quello dell’opposizione al 48,65%. Vittoria indiscussa dell’opposizione anche a Smirne, terza città più importante della Turchia.

2. Le presidenziali ucraine. In Ucraina gli strascichi della crisi economica e la perdita di due regioni strategiche come La Crimea e il Donbass stanno plasmando il risultato elettorale. Con una sorprendente ascesa politica, il comico anti-establishment Volodymyr Zelensky — che vagamente ricorda il Grillo dei Vaffa Day – ha ottenuto il 30% dei voti, lasciando al presidente in carica Petro Poroshenko un misero 16,65%. L’outsider Zelensky, che ha fatto dell’antipolitica e della corruzione i suoi cavalli di battaglia in campagna elettorale, dovrà affrontare al ballottaggio l’ex presidente ucraino, incline ad allearsi con il partito filo occidentale e filo europeo di Julija Tymošenko, ex premier e prima donna ucraina a ricoprire tale incarico fra il 2007 e il 2010.

3. Zuzana Čaputová trionfa in Slovacchia. In controtendenza con il resto d’Europa, è stata eletta in Slovacchia la prima presidente donna, filo europeista e anti populista. Avvocatessa, denominata la Erin Bronckovich dell’Est Europa, la Čaputová ha fatto dell’ambiente, dei matrimoni gay e dei diritti Lgbt, della lotta alla corruzione e della difesa delle minoranze i suoi cavalli di battaglia. Un pesce fuor d’acqua nel contesto europeo, pesce che potrebbe far vacillare la compattezza sovranista dei paesi di Visegrad.

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