Democrazia si o no? Come stabilire se un paese è democratico o menoTempo di lettura stimato: 3 min.

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Nei discorsi che accompagnano chi, anche saltuariamente, si interessa di politica, è impossibile che non si sia mai affrontato un dibattito sulle forme di governo. Ci sono i sostenitori a spada tratta della democrazia, chi vorrebbe una monarchia, chi invece vorrebbe ritornare ad un modello dittatoriale. Ancora, spesso ci si chiede se alcuni Stati siano una democrazia o una dittatura (useremo il termine autocrazia d’ora in poi).

Nel corso di questa rubrica spiegheremo, a turno, perché alcuni paesi sono autocrazie ed altri sono democrazie, in base a cosa alcune democrazie rimangono tali e altre tornano ad essere autocrazie, in quale delle due forme di governo è più possibile che l’economia prosperi e che fattori sono coinvolti in queste spiegazioni.

Ma è possibile quantificare concetti come la democrazia o l’autocrazia? Ebbene sì, e pertanto dovremo trattarli tramite osservazioni empiriche ed indicatori. Possiamo pensare ad un indicatore come ad una misurazione atta a rendere comparabili concetti che altrimenti sarebbe difficile rendere numericamente.

Per farlo, cominceremo ad analizzare il contributo che lo studioso Dahl ha dato al mondo delle scienze politiche. Dahl affermò che il modo in cui trattare democrazie ed autocrazie non dovesse essere sostanziale, che consiste nel descrivere la democrazia per gli effetti che produce piuttosto che per le istituzioni che ha. Altrimenti, cadendo nella trappola del voler descrivere la “democrazia ideale”, non si potrebbero spiegare effetti contro-intuitivi (es. autocrazie che producono uguaglianza sociale). Dahl affermò che i ricercatori dovessero impiegare un metodo minimalista o procedurale, per classificare le democrazie soltanto in base alle loro istituzioni e procedure.

Dahl identificò due dimensioni secondo cui classificare i regimi politici, ossia contestazione e inclusione.
La dimensione della contestazione riguarda la possibilità e la libertà che i cittadini hanno di organizzarsi autonomamente (associazionismo politico/sociale) per far sì che i loro interessi e bisogni siano ascoltati.
Esempi catturati in questa dimensione sono la libertà di formare partiti politici e la libertà di parola/pensiero e di associazione. Possiamo dire quindi che la contestazione tende ad analizzare le procedure che rendono più o meno democratica la competizione politica.

L’inclusione invece, analizza chi riesce/ha diritto di far parte del processo democratico statale.
Regimi politici in cui vi sono grandi barriere alla naturalizzazione di immigranti o in cui il diritto di voto è concesso in base alla ricchezza (spesso misurata in proprietà ed immobili), al sesso, all’etnia o al luogo di nascita presenteranno sicuramente una bassa inclusione.
Al contrario, dove non vi sono differenze di questo tipo e tutti i cittadini adulti hanno diritto al voto è presente una forte inclusione.
Alcuni esempi: Nell’URSS tutti avevano il diritto di voto (alto livello di inclusione), ma vi era un solo partito da poter votare (basso livello di contestazione).
La Cina oggi presenta bassi livelli sia di contestazione che di inclusione, in quanto vi è un solo partito e non vi sono elezioni oltre il livello municipale.
Negli Stati Uniti (specie prima del 1830) ed in Sud Africa vi erano molti partiti nelle elezioni, ma vaste fasce di popolazione erano escluse dal voto su base etnica e di genere. Negli USA, un passo sostanziale fu fatto nel 1964 quando fu concesso il diritto di voto alla popolazione afroamericana.

Nella figura riportata sopra vi è rappresentato graficamente quanto esposto prima.

Ad oggi, la maggior parte delle democrazie (anche se negli ultimi anni meno) sarebbero rappresentate in alto a destra nella tabella precedente, identificate come poliarchie. Possiamo definire poliarchia una democrazia con alti livelli di contestazione ed inclusione.
Nella prossima puntata analizzeremo i tre diversi indicatori tramite cui analizzare il livello di democratizzazione in un paese.

 

Questo articolo è stato parzialmente ispirato dal libro “Principles of Comparative Politics” aut. Williams Robert Clark, Matt Golder, Sona Nadenichek Golder

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