Da ombrelli a mascherine: le proteste per il suffragio universale ad Hong KongTempo di lettura stimato: 1 min.

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Hong Kong, 17 giugno: è stato rilasciato Josha Wong, leader della “Protesta degli Ombrelli”, dopo aver scontato due mesi di carcere per “cospirazione e incitamento a commettere disturbo dell’ordine pubblico”. La pena, determinata dalla “Common Law” del sistema britannico, anziché dal codice penale scritto, era arrivata ad aprile, con 5 anni di ritardo.

Infatti, la cosiddetta “Protesta degli Ombrelli” è iniziata nel settembre 2014 e durata 79 giorni, nella forma di una protesta pacifica giovanile, al grido di più democrazia e meno autoritarismo. Gli ombrelli colorati divennero il simbolo della non-violenza dal momento che furono utilizzati dai manifestanti per difendersi dai lacrimogeni e spray urticanti della polizia. In particolare, i giovani dell’ex-colonia britannica, tornata alla Cina nel 1997, chiedevano il suffragio universale in vista delle elezioni del governatore del 2017 e protestavano contro il controllo delle candidature da porte cinese: infatti, la scelta degli amministratori locali non era prerogativa del popolo. Chiedevano anche che il governatore in carica Leung Chun-ying, ritenuto anch’esso troppo vicino al governo centrale, si dimettesse.

Ma l’altro ieri mattina Joshua è uscito di prigione e, un paio di ore dopo, è apparso di fronte al parlamento e su un palco improvvisato ha incitato i ragazzi a ripetere con lui: “Ritirare la legge sull’estradizione. Carrie Lam [governatrice di Hong Kong dal 2017] dimettiti. Stop alle persecuzioni politiche”. Questa volta, però, sarà diverso: si tratterà di una protesta orizzontale, senza gerarchie, già nominata “protesta delle mascherine”. E ancora una volta, vedrà Joshua Wong quale leader della più lunga contestazione democratica di Hong Kong e della Cina metropolitana degli ultimi 30 anni.

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