Corea del Sud: dopo 66 anni il divieto di aborto è dichiarato incostituzionaleTempo di lettura stimato: 1 min.

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manifestazione degli attivisti pro-life a Seul. (credits: vatican news)

Con una sentenza storica, giovedì 11 aprile, la Corte Costituzionale sudcoreana ha dichiarato nulla la legge che da 66 anni puniva l’aborto con il carcere. La sentenza è stata preceduta da due manifestazioni, una favorevole e una contraria, e arriva al termine di un lungo periodo di attesa e di discussione all’interno del paese sull’interruzione di gravidanza.

“La legge attuale limita il diritto della donna in gravidanza di scegliere liberamente, che è contro il principio in base al quale l’infrazione sul diritto di una persona deve essere tenuto al minimo”: così recita il verdetto, che ha visto sette dei nove giudici della Corte Costituzionale dichiararsi a favore dell’abrogazione. La legge, del 1953, puniva la donna che abortiva con un anno di carcere e una multa fino a due milioni di won, circa 1550 euro. Era punito anche il medico che praticava l’operazione, con il carcere per due anni e il ritiro della licenza per sette: le uniche eccezioni ammesse erano per stupro, incesto o grave rischio di salute della madre. A onor del vero, la Corte ha dato al parlamento tempo fino al 2020 per riscrivere la legge, mentre l’attuale rimane in vigore: se alla scadenza non ci sarà nessuna nuova legge pronta, quella precedente sarà da ritenersi semplicemente nulla.

La Corea del Sud, paese in cui il 30% degli abitanti si dichiara cristiano praticante (prima religione del paese), era uno degli ultimi paesi sviluppati del mondo a considerare l’aborto un reato. La scorsa settimana, in vista della sentenza, si era svolta una grande “marcia per la vita” per le strade di Seoul, cui avevano partecipato molte associazioni anti-abortiste e l’arcivescovo cattolico Andrew Yeom Soo-jun.

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