“Conoscere per deliberare”Tempo di lettura stimato: 6 min.

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“Quindici anni fa la democrazia ha smesso di diffondersi e potrebbe non ricominciare più”, sostengono Max Fischer e Amanda Taub, due giornalisti del New York Times.

Se per cinquant’anni la democrazia è stata considerata un punto di arrivo, nell’ultimo decennio ha progressivamente perso terreno: dal 2000 al 2017 i paesi democratici nel mondo sono passati da 116 (69% del totale) a 97 (58%).

Molti dittatori hanno infatti imparato a impedirne la nascita o a smantellare dall’interno il sistema democratico, come abbiamo visto avvenire in Russia, Turchia e Venezuela e come sta gradualmente accadendo nell’Europa dell’Est (emblematico il caso ungherese), senza necessariamente passare attraverso atti di aperta violenza o colpi di stato. In ognuno di questi paesi gli elettori hanno votato leader forti che, sulla scorta di malcontento e paure diffusi, hanno dissimulato procedimenti antidemocratici tramite azioni che hanno riscosso anche molta popolarità, il tutto nell’ottica di acquisire ancor più potere e diminuire l’importanza esercitata dai checks and balances sul proprio operato.

Inoltre, anche in paesi in cui la democrazia sembra essere ormai un’istituzione stabile e consolidata, come nel caso degli USA, lo scenario è in realtà sempre più allarmante: l’elezione di Donald J. Trump ha incarnato la volontà popolare di sovvertire l’establishment, con la sua retorica populista, i ripetuti tentativi di limitare la libertà di stampa ed un atteggiamento di chiusura nei confronti della comunità internazionale. 

Ma anche in Europa la situazione non è più rassicurante, dato che le ultime elezioni presidenziali francesi hanno visto il partito di estrema destra Front National arrivare al secondo turno; c’è stata la Brexit, espressione di un sostanziale rifiuto di alcuni fra i principali risultati della globalizzazione (melting pot ed economia aperta) in favore di un maggiore controllo dei confini nazionali. Inoltre, gruppi come Alternative fur Deutschland sono ormai alla ribalta nel nord Europa, ed in Italia un governo sovranista è al potere. L’atmosfera nell’ambito delle relazioni internazionali si sta facendo progressivamente più tesa, il malcontento all’interno dei singoli paesi aumenta in ragione della polarizzata distribuzione della ricchezza e delle paure alimentate da fenomeni migratori gestiti in modo del tutto discutibile (quando gestiti).

Nonostante vivano in paesi ricchi e pacifici, i cittadini sono insoddisfatti e preoccupati di perdere lavoro e identità a causa di globalizzazione e rivoluzione tecnologica. La democrazia si è rivelata inadatta (dati gli esiti) ad affrontare l’invecchiamento della popolazione nel vecchio continente e a gestire le sempre più esigue risorse, ha permesso l’elezione di chi promette “tutto a tutti” e non ha squalificato chi ha preso impegni irrealizzabili, incurante delle conseguenze; non ha disciplinato il capitalismo né impedito crisi economiche, e non ne ha neppure punito i responsabili. Non ha custodito le conquiste del welfare state né tantomeno evitato che i diritti di tutti si trasformassero in privilegi di pochi. Ha consentito l’aumento delle disparità sociali, la disuguaglianza economica e la marginalizzazione politica.

La globalizzazione è sicuramente ritenuta una delle principali cause di questa situazione nell’insieme difficile e dannosa per i ceti meno abbienti, nella quale le istituzioni delle democrazie rappresentative sembrano essere sempre più sorde alle richieste di aiuto da parte della gente comune. La corruzione dilagante ed una classe dirigente non sufficientemente regolamentata (tramite accurati “controlli di qualità”, nei quali ci si accerti per esempio che il CV di aspiranti ministri o premier riporti prove del fatto che il politico in questione possa prendere decisioni sulle sorti di un paese in modo almeno consapevole) hanno generato maggiore sfiducia nella politica in generale, con un conseguente disinteressamento nei confronti della res publica e di tutto ciò che vi attiene. 

E ancora, il fatto che le questioni inerenti alla politica domestica non siano più determinate né determinabili solamente a livello nazionale ma debbano anzi tenere conto di equilibri a livello globale e di istituzioni sovranazionali (UE, Fondo Monetario Internazionale, Nazioni Unite…), che talora possono avere l’ultima parola, fa sì che la disaffezione generale nei confronti della politica si sia amplificata. 

Ne risulta quindi un circolo vizioso dal quale originano facilmente tendenze autoritarie e reazioni antidemocratiche, che si stanno attualmente diffondendo a macchia d’olio. Per certi versi, anche se con le dovute differenze, la situazione presente ricorda pericolosamente il clima di paura, sfiducia e frustrazione che ha preceduto (e in parte causato) l’ascesa di movimenti a forte connotato populista come il nazismo o il fascismo. Ma senza arrivare a pronosticare esiti tanto nefasti, dato che la Storia dovrà pur averci insegnato qualcosa, dovremmo però cominciare a guardare con circospezione alla particolare combinazione di circostanze critiche che si è venuta a creare, che rischia di esplodere pericolosamente da un momento all’altro. 

E in un mondo ormai irreversibilmente interconnesso, in cui la variazione degli equilibri a livello macroeconomico, finanziario e geopolitico è all’ordine del giorno, dove si susseguono flussi migratori e fenomeni demografici di una complessità disarmante e nel quale il degrado ambientale sta cominciando a causare i primi grandi problemi, ecco che la domanda che sorge spontanea è: può la democrazia come forma di governo far fronte a tutto questo? E se sì, come?

La risposta alla prima delle due domande non è affatto scontata, siccome scontata non deve essere neppure la percezione del contesto di sostanziale pace e libertà in cui viviamo, e del quale la democrazia è stata (parzialmente) la causa. Tuttavia, trattandosi di una forma di governo relativamente giovane, non è scritto da nessuna parte che in un futuro non possa scomparire, qualora non accuratamente tutelata e difesa.

Come affermato dal filosofo Norberto Bobbio: “La democrazia è il più grande tentativo di organizzare la società per mezzo di procedure non violente”; d’altra parte, il Presidente J.F. Kennedy soleva dire che “una delle manchevolezze della democrazia è di cercare capri espiatori per la sua debolezza”. Ma individuare in modo obiettivo i problemi è sempre il primo passo per cominciare a risolverli: pertanto, politici e statisti potrebbero per esempio ingegnarsi per ripensare la democrazia in modo tale da renderla compatibile con il contesto socio-economico radicalmente diverso rispetto a quello nel quale è nata. 

Se la democrazia muore quando affossata dalle prevaricazioni dell’élite e dalla sfiducia dei cittadini (con il rischio reale di cadere nell’autoritarismo proprio attraverso il suffragio universale), se muore nel voto che porta a governi inadeguati, nelle politiche mediocri, nella frattura tra establishment e cittadini, nella percezione dell’élite come casta privilegiata e corrotta… allo scopo di preservarla, le classi dirigenti devono essere competenti (e perché ciò possa avvenire devono esserlo anche gli elettori) e legittimate dalla designazione popolare. 

La logica del privilegio e della rendita posizionale può essere quindi invertita puntando su maggiori garanzie e controlli al potere e soprattutto sulla meritocrazia, non solo fra i membri della classe dirigente ma anche fra gli elettori: se chi sceglie non ha le conoscenze necessarie, l’eletto è poi spesso inadatto a gestire i problemi della collettività, ed il risultato è un sostanziale indebolimento del sistema (nel contesto del circolo vizioso di cui sopra).

Pertanto, favorire una nuova concezione del diritto di voto non più come un atto talora privo dell’adeguato background culturale atto ad esercitarlo ma come un grande potere, che deve essere guadagnato, e senza che ciò precluda nessuno dall’esercizio dello stesso, è forse una soluzione alla grande crisi contemporanea della democrazia rappresentativa.

Senza estremismi di sorta (come nel caso della platonica “sofocrazia”) basterebbe essere in possesso di una preparazione politica minima, come quella richiesta agli immigrati legali facenti domanda per la cittadinanza italiana, allo scopo di esercitare un voto informato e consapevole, che potrebbe schermare l’impalcatura democratica da molte delle problematiche che si ritrova attualmente a fronteggiare. Ciò potrebbe poi fungere da pungolo per l’elettore medio ad emanciparsi da una situazione di eventuale disinformazione ed ignoranza per tentare di guadagnarsi a pieno titolo la qualifica di cittadino, innescando un meccanismo di crescita intellettuale ed umana e contrastando lo stallo e l’apatia, dilaganti.

D’altronde, per dirlo con le parole del quarto presidente della storia degli Stati Uniti d’America, James Madison: “Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni (al giorno d’oggi fatto non plausibile, ndr), può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe”.

 

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