Brexit, il Regno Unito nega il visto ai lavoratori UETempo di lettura stimato: 3 min.

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Il Primo Ministro britannico Boris Johnson [crediti foto: Sky News]

Poche settimane dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il governo inglese si prepara a “chiudere i porti”. Mentre gli immigrati altamente qualificati saranno accolti senza remore, i lavoratori “low-skilled” avranno serie difficoltà ad ottenere un visto per il Regno Unito.

In cosa consiste il piano del governo?

Secondo il Segretario di Stato Priti Patel, il governo vuole “incoraggiare le persone con il giusto talento” e “ridurre il numero di lavoratori poco qualificati nel Regno Unito”. Come promesso in campagna elettorale, i Tories intendono implementare un sistema basato sull’assegnazione di punti che rifletta le capacità e le qualifiche dei candidati. Per poter lavorare in Inghilterra sarà necessario ottenere un minimo di 70 punti, assegnati in base a livello di studi (diploma liceale, laurea triennale, laurea magistrale, dottorato di ricerca), capacità linguistiche (livello di inglese), offerte di lavoro ricevute, salario previsto, e settore di appartenenza (se l’offerta di lavoro nel settore di appartenenza del candidato è alta, le probabilità di ricevere un visto lavorativo aumenteranno). Ad oggi, chiunque all’interno dell’Area Economica Europea ha il diritto di lavorare nel Regno Unito indipendentemente dal proprio livello di competenze e stipendio. Con la Brexit, lo scenario cambierà radicalmente: chi cerca fortuna in Inghilterra senza essere in possesso di una laurea o senza padroneggiare l’inglese avrà dunque molte difficoltà a lavorare nel paese.

Da cosa nasce la proposta?

Secondo alcuni studi, la Brexit è stata ampiamente supportata da lavoratori britannici “low-skilled” (poco qualificati). La presenza di immigrati sul territorio, spesso pagati meno dei colleghi inglesi, e la delocalizzazione di numerose industrie nei paesi in via di sviluppo hanno compromesso la capacità di trovare lavoro dei cittadini britannici poco istruiti, aumentandone il senso di frustrazione e l’avversione alle politiche comunitarie. Mentre immigrazione e globalizzazione non hanno avuto effetti significativi sul benessere della forza lavoro altamente qualificata, i più poveri e i meno istruiti hanno sofferto la competizione degli immigrati sul mercato del lavoro.
La proposta del governo Johnson risponde dunque alle esigenze di chi ha più convintamente votato la separazione del Regno Unito dall’Unione Europea, oggi base elettorale del partito conservatore. Limitare l’accesso di immigrati “low-skilled” servirebbe dunque a tutelare – almeno sulla carta – gli interessi dei Brexiters. Tuttavia, il piano è stato ampiamente criticato dall’opposizione labourista e c’è chi teme che porterà danni all’economia e carenza di manodopera.

Quali scenari?

Secondo i più scettici, il nuovo progetto per l’immigrazione comporterà una serie di “effetti indesiderati”, fra cui la carenza di manodopera per le aziende che lavorano con personale “low skilled”. Nonostante la proposta del governo miri a mobilitare gli 8.5 milioni di inglesi “economicamente inattivi”, i dati suggeriscono che solo il 28% di questi abbia intenzione di lavorare. Il restante 72% è infatti composto da studenti, malati, casalinghe, e anziani, che non potrebbero dunque essere assunti. Con l’entrata in vigore del nuovo sistema d’immigrazione, diverse industrie temono di non riuscire ad assumere abbastanza personale per le proprie attività. Tra i settori più a rischio risultano quello turistico, assistenziale, sanitario, edilizio e agricolo.
Tuttavia, i sostenitori dell’approccio meritocratico sostengono che il piano fungerà da calamita per giovani ricercatori, talenti e professori universitari. In un sistema in cui vengono premiati merito, qualifiche, e competenze, il già internazionale panorama accademico inglese verrà ulteriormente arricchito. L’attribuzione di punti per grado di educazione permetterà infatti a giovani ricercatori aventi un salario inferiore a quanto richiesto dal sistema attuale di ottenere comunque il visto d’entrata nel Regno Unito. Persistono però le paure di chi teme che il programma Erasmus verrà smantellato e che gli studenti europei abbandoneranno gradualmente l’ipotesi di studiare nel paese.

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