Aung San Suu Kyi: la caduta di un mitoTempo di lettura stimato: 6 min.

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A partire dal 2017, la politica birmana Aung San Suu Kyi, icona della non-violenza e della pace, è stata oggetto di numerose critiche da parte della comunità internazionale, a seguito di una crisi che ha coinvolto una minoranza etnica nel suo Paese, i Rohingya. La prima a puntare il dito è stata proprio un’altra donna ad aver vinto il Nobel per la pace, Malala Yousafzai, che l’ha invitata a prendere posizione attraverso un tweet. L’immobilità da parte del governo birmano è ancora più disarmante alla luce del passato di Aung San Suu Kyi, considerata da molti un’eroina, capace di sacrifici personali pur di lottare per i diritti umani, la libertà e la democrazia. Cos’è cambiato?

Aung San Suu Kyi ieri

Aung San Suu Kyi è figlia d’arte: suo padre fu uno dei principali esponenti politici birmani, ucciso quando Suu Kyi aveva solo due anni, dopo aver negoziato l’indipendenza del Myanmar dal Regno Unito nel 1947. Dopo questa tragedia, anche sua madre fu coinvolta nella scena politica del Paese, diventando ambasciatrice. Grazie a questo lavoro, Aung San Suu Kyi ebbe la possibilità di frequentare le migliori scuole di formazione e lavorò per le Nazioni Unite. In seguito, decise di tornare in Birmania per accudire la madre gravemente malata. Proprio allora, nel 1988, il generale Saw Maung prese il potere ed instaurò un regime militare, che sopprimeva i diritti dei cittadini.

Fu così che, fortemente influenzata dagli insegnamenti buddisti e di Mahatma Gandhi, Aung San Suu Kyi decise di entrare in politica, fondando la Lega Nazionale per la Democrazia. Inoltre, ispirata dalle campagne non-violente per i diritti civil di Martin Luther King, cominciò a viaggiare per il Paese, richiedendo riforme democratiche e libere elezioni. Neanche un anno dopo fu condannata agli arresti domiciliari, con la concessione che avrebbe potuto abbandonare il paese, ma non sarebbe più potuta tornare. Aung San Suu Kyi rifiutò la proposta del regime e questo grande sacrificio, che non le permise di vedere il marito e i figli residenti nel Regno Unito, le diede grande notorietà e supporto da parte della popolazione oppressa e della comunità internazionale. Tanto che, nel 1990, la Lega Nazionale per la Democrazia vinse le elezioni. Tuttavia, Aung San Suu Kyi non divenne subito Primo Ministro, perché i militari annullarono il voto e presero il potere con la forza.

La sua liberazione avvenne solo nel 2010, dopo un totale di 15 anni di arresti domiciliari. Nel 2015, si tennero le prime elezioni libere dopo 25 anni di regime militare e risultarono in una vittoria schiacciante per la Lega Nazionale della Democrazia. Ecco che, dal 2016, Aung San Suu Kyi detiene la carica di Consigliere di Stato, l’equivalente del nostro Primo Ministro, non potendo diventare Presidente: infatti, la Costituzione lo vieta a chi ha coniuge o figli non birmani. Tuttavia, de facto, detiene lei il potere esecutivo.

Aung San Suu Kyi ritira nel 2012 il Premio Nobel per la Pace conferitole nel 1991.

Aung San Suu Kyi oggi

Oggi Aung San Suu Kyi ha 74 anni e sta affrontando un altro momento critico per il suo Paese. Dopo il regime militare, la Birmania ha fatto molti passi avanti nel processo di democratizzazione. Ora, però, la situazione sembra in stallo. Dal 2017, episodi di violenza da parte della milizia contro la minoranza musulmana dei Rohingya vanno avanti imperterriti, senza alcuna reazione da parte del governo. L’icona dei diritti umani, con alle spalle un premio Nobel per la Pace (1991), una laurea honoris causain filosofia dall’Università di Bologna (2000) e la Medaglia d’oro del Congresso degli Stati Uniti (2008) per dirne solo alcuni, sta anzi esibendo un comportamento indifferente, se non ostile, nei confronti dei musulmani.

Ma chi sono i Rohingya? Si tratta di una delle molte minoranze del Paese, e la più alta percentuale di musulmani, che vive per lo più nello stato Rakhine. La Birmania, in cui predominano i buddisti, nega loro la cittadinanza e li ha persino esclusi dal censo del 2014, rifiutatosi di riconoscerli in quanto persone. Sono infatti considerati immigrati illegali dal Bangladesh. In particolare, a partire dal 25 agosto 2017, l’inasprimento dei rapporti tra le due etnie ha portato allo scoppio di violenze nello stato Rekhine, causando l’esodo di 700 mila Rohingya verso il Bangladesh. Secondo la BBC, solo il primo mese di attacchi quasi 7 mila Rohingya sono stati uccisi, tra cui almeno 730 bambini. Non avendo pubblicamente condannato l’accaduto, Aung San Suu Kyi è stata accusata di aver permesso ad omicidi e stupri di continuare imperterriti. Le Nazioni Unite hanno parlato di crimini contro l’umanità e di un vero e proprio genocidio, “un esempio da manuale di pulizia etnica”.

Tutt’oggi, la situazione non è migliorata. Il governo birmano ha stretto accordi con il Bangladesh per il rimpatrio dei rifugiati Rohingya, ma in molti non vogliono tornare, per timore di non essere al sicuro. Infatti, la comunità musulmana vorrebbe essere in grado di muoversi liberamente, accedere ai servizi e, soprattutto, ottenere la cittadinanza. Tutto, però, è ancora dubbio: per esempio, i Rohingya che ancora abitano nello stato Rakhine non viaggiano dalle zone rurali agli ospedali o mercati, perché temono di essere attaccati dai cittadini buddisti. Inoltre, alcuni centri sanitari si sono rifiutati di curarli. In tutto ciò, non c’è molto da cui tornare: secondo Human Rights Watch, nel 2017, le forze di sicurezza hanno raso al suolo più di 350 villaggi Rohingya.

Un villaggio Rohingya bruciato nello stato Rakhine.

A detta della BBC, si tratta della crisi migratoria dalla crescita più rapida nel mondo. La Birmania continua a respingere le accuse di abusi e violenze contro i civili. Allo stesso tempo, non permette investigazioni indipendenti, nemmeno da parte delle Nazioni Unite. Nonostante ciò, nel 2018 due giornalisti birmani al servizio di Reuters (un’agenzia di stampa britannica) sono riusciti ad ottenere alcune informazioni su un massacro di 10 uomini Rohingya. A quanto pare, la coppia di giornalisti stava per rendere pubblici questi “segreti di Stato”, quando sono stati arrestati per possesso di informazioni segrete, in violazione di una legge dell’era coloniale, quella stessa legge contro cui il padre di Aung San Suu Kyi aveva dato la vita. La corte ha condannato i due giornalisti a 7 anni di prigione ed il capo della polizia che ha testimoniato in loro favore ad un anno. Aung San Suu Kyi, nonostante lo sgomento della comunità internazionale in nome della libertà di espressione, ha difeso la decisione della corte.

Cos’è cambiato?

Bisogna riconoscere che Aung San Suu Kyi è una figura pragmatica e sta cercando, a 74 anni, di governare un paese multietnico con una storia molto complessa. Inoltre, dato che la Costituzione imposta nel 2008 dalla giunta militare non è stata ancora modificata, i militari detengono molto potere: infatti, possiedono un quarto dei seggi parlamentari e controllano ministeri chiave come la Difesa, gli Interni e la sicurezza alle frontiere. Perlomeno, è così che i pochi difendono le azioni del governo birmano, tra cui la Cina, che ha persuaso il Myanmar, ormai in gravi condizioni economiche, ad accettare il progetto multimiliardario della Belt and Road. Nonostante ciò, non si può ignorare che Aung San Suu Kyi abbia perso la sua statura morale e la reputazione di paladina dei diritti umani. In molti, infatti, hanno ritirato il proprio supporto per questa figura sullo scacchiere internazionale. A simboleggarlo, istituzioni come il Comune di Oxford, il sindacato britannico Unison e l’Università di Bristol hanno ritirato le onorificenze precedentemente concesse. Anche il parlamento del Canada ha decretato, con votazione unanime, la revoca della sua cittadinanza onoraria canadese.

Dall’esterno, nella nostra quotidianità, in uno Stato dove la legge viene rispettata, risulta facile (ma forse sbagliato o inconcludente) giudicare l’operato di Aung San Suu Kyi. Per quanto, però, non possiamo immedesimarci in una situazione come la sua, resta una certezza: la libertà di religione e di espressione sono essenziali per una democrazia. Questa donna ha dimostrato delle abilità politiche eccelse durante la rivoluzione pacifica contro il regime militare, ma le qualità adatte a governare sono ben altre. Certi errori etici (e strategici) possono essere evitati. Oggi, Aung San Suu Kyi è ancora apprezzata dalla maggior parte della Birmania, ma questo è dovuto al fatto che non ci sono alternative. La popolazione non le avrà ancora voltato le spalle, ma la comunità internazionale ha visto cadere un mito, ha visto un’eroina abbandonare il suo mantello, ed il ricordo del buono che ha fatto in passato è solo questo, un ricordo.

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