Ambiente e Capitalismo, quale futuro?Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Sono sempre di più gli scioperi globali per il clima organizzati dal movimento Fridays for Future, capitanato dall’ambientalista appena sedicenne Greta Thunberg. Le manifestazioni coinvolgono milioni di ragazzi in tutto il mondo, dimostrando come la “questione ambientale” stia diventando una tematica in grado di raggiungere le realtà di un’intera generazione. Tale questione, ovviamente, oltre che rappresentare una grande problematica sociale rappresenta un’importante sfida l’attuale classe politica. Il dibattito è lo stesso ormai da diversi anni: riusciremo a superare questa crisi ambientale conservando il sistema capitalista/neoliberista oppure va scelto un sistema di stampo radicalmente differente (rurale, eco socialista e chi più ne ha più ne metta)?

Naturalmente, prima di discutere sui diversi piani di riferimento da attuare per la gestione di questa tematica, va fatta un’importante distinzione su quali sono i soggetti in grado di intervenire sulla questione, ovvero i Governi (e con essi i settori a stampo Industriale) ed i singoli cittadini, attraverso decisioni personali relative al proprio stile di vita, alle proprie scelte di consumo. In questa sezione, l’analisi verrà fatta sui primi, ovvero sui Governi e sulle ideologie che li definiscono.

Da un lato, vi è l’affrontare la “questione ambientale” attraverso una conservazione dell’ideologia capitalistica/neoliberista, intesa come avversione a ogni tipo di intervento statale nell’economia, così che anche un qualsiasi tipo di regolamento in materia di tutela ambientale (dalla proibizione dell’uso di sostanze tossiche ai tetti per le emissioni), portando ad una distorsione del mercato, andrebbe rimosso. Questa opposizione deriva da una concezione del rapporto uomo-natura come forma di dominio, in cui il primo estrae dalla seconda tutte le materie prime di cui necessita per alimentare uno sviluppo economico teoricamente infinito, senza riguardo per eventuali conseguenze: si tratta del cosiddetto “estrattivismo”, una logica abbracciata sia a destra come a sinistra sin dai tempi dell’Illuminismo.

Dall’altro lato, con notevole rapidità, sta maturando una nuova concezione ideologica in materia di impatto ambientale e crisi dello stesso: l’Ecosocialismo. Ecosocialismo, socialismo verde, ecologia socialista. Poco importa come la si chiami, questa nuova corrente che unisce la battaglia a favore dell’ambiente agli ideali socialisti sembra prendere sempre più piede nel mondo ambientalista. Per dirla con le parole di Victor Wallis, autore di Red-Green Revolution: The Politics and Technology of Ecosocialism, «Ecosocialismo significa una società senza divisioni di classe che vive in una specie di armonia ed equilibrio con la natura. Non si possono prendere decisioni fondamentali per il pianeta sulla base di un calcolo del profitto». Tra ambientalismo e socialismo, infatti, esiste un cruciale punto di incontro: si fa qui riferimento alla riduzione delle disparità economiche e sociali. Non a caso nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, oltre che di tutela ambientale si affrontano temi come la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame, la riduzione delle disuguaglianze, l’incentivazione di una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti. Per raggiungere un efficace sviluppo sostenibile sarebbe quindi importante unire tre grandi battaglie della nostra epoca: la crescita economica, l’inclusione sociale e, naturalmente, la tutela dell’ambiente.

diciassette obiettivi dell’Agenda 2030. Fonte: unric.org

In aggiunta a questa riflessione, va analizzato un parametro molto importante in merito alla questione ambientale: secondo la Banca Mondiale, per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite volti ad assicurare rispettivamente l’accesso all’acqua potabile e a fonti igienico-sanitarie adeguate per tutti in tutto il pianeta entro il 2030, basterebbero 114 miliardi di dollari l’anno. Sembrano tanti, ma in realtà corrispondono più o meno al PIL di un Paese come il Kuwait, ricco ma piccolo (4 milioni di abitanti) e corrispondono anche a meno di quanto spesero nel solo 2007 gli Stati Uniti in armi e sistemi di difesa per la guerra in Iraq.

Sorge, a questo punto, una tanto spontanea quanto importante domanda riguardo i due fronti: come, e a che costo si potrebbe decidere di abbandonare il Capitalismo? Quanto ci costerebbe invece continuare a adottarlo anche nei confronti della questione ambientale?
Ebbene, abbandonare il capitalismo potrebbe rivelarsi un costo incalcolabile, forse troppo grande, in quanto si tratterebbe di abbandonare le scoperte ancora ignote per favorire quelle che abbiamo già a portata di mano. Il capitalismo viene spesso considerato la sciagura per i problemi umani e ambientali: e se fosse in realtà la principale cura, se solo gli fosse concesso di agire secondo le proprie leggi intrinseche? A questo proposito interviene il noto economista e filosofo scozzese Adam Smith, il quale credeva in un disegno più grande che abbracciava l’economia di mercato (e l’ecologia di mercato, n.d.r.). Egli sosteneva che vi è un processo spontaneo che lega gli interessi individuali (degli industriali e dei consumatori) ai benefici universali (dell’ambiente). Colui che offre un prodotto deve andare incontro ai bisogni dei consumatori, essendo questi manovratori del sistema di mercato: se i consumatori chiederanno più ecologia, i produttori non potranno ignorarli a lungo. Inoltre, la ricerca del profitto spinge ad offrire prodotti sempre migliori a un prezzo sempre minore per far fronte alla concorrenza. Ciò genera innovazione tecnologica che innalza la qualità dei prodotti e l’efficienza, la quale si traduce in un abbassamento dei costi di produzione. Naturalmente l’ambiente ne trarrebbe un vantaggio, in quanto eliminare i prodotti di scarto risulta una voce importante nelle spese di produzione. In un’ottica capitalista di mercato i rifiuti tenderebbero a cessare di esistere o non sarebbero più dei semplici scarti. Grazie alla volontà di profitto degli imprenditori, diventerebbero prodotti da vendere e non sarebbero più un costo, ma una possibilità.

Tuttavia, rimane ancora profondamente radicata, soprattutto nei giovani, una concezione di capitalismo come sistema schiavo del profitto di chi già lo detiene, favorendo quindi una nuova rivoluzione rosso-verde: ma può questa diventare realtà o non rappresenta altro che un ennesimo ideale utopistico? Per il meteorologo Eric Holthaus i cambiamenti che la società odierna dovrà affrontare a favore dell’Ecosocialismo non saranno così drastici come molti economisti tendono a far credere: «Disponiamo già della tecnologia necessaria per eliminare in breve tempo le emissioni di carbonio, ma questo non può verificarsi all’interno del nostro sistema perché chi ne occupa i vertici non può trarne giovamento (profitto, n.d.r.)». Non esisterebbe quindi ricchezza più grande di una società egualitaria su un pianeta in cui l’unico capitale da difendere è quello naturale. Nasce il bisogno di emancipazione da quella società che in nome del denaro sarebbe disposta a sacrificare l’intero pianeta e con esso le classi sociali più deboli. Citando la filosofa americana Nancy Fraser: «È dal capitale stesso che dobbiamo emanciparci».

Sarebbero quindi Capitalismo e Ambientalismo due mondi totalmente inconciliabili, dove il profitto rappresenterebbe perciò un nemico della natura? In realtà non è sempre così: basti pensare al sempre più fiorente mercato delle auto elettriche, degli strumenti utili alla creazione di energia rinnovabile, al fatto che nel solo 2017 sono stati investiti 335,5 miliardi di dollari nel settore dell’energia pulita (maggior investimento degli ultimi 15 anni, dietro ai soli 360 miliardi nel 2015; fonte: data.oecd.org).
Dati alla mano, anche le più grandi imprese a stampo capitalista cominciano ad accorgersi di come la questione ambientale stia diventando una realtà da affrontare concretamente, vista la forte domanda da parte dei consumatori. Proprio per via di questa presa di posizione da parte delle aziende, anche i Governi cominciano ad intraprendere strade forti e decise nei confronti di una tematica che, oggi come oggi, sta prendendo sempre più piede, coinvolgendo giovani e meno giovani, ricchi e poveri, destra e sinistra.

Aristotele, Orazio e Ovidio erano d’accordo nell’affermare che “In medio stat virtus”: letteralmente, la virtù sta nel mezzo. La locuzione invita a ricercare l’equilibrio, che si pone sempre tra due estremi, pertanto al di fuori di ogni esagerazione. Ma allora forse non si tratta di scegliere tra Capitalismo ed Ecosocialismo: forse si tratta di virtù, serietà, rettitudine. Forse si tratta di tutelare una natura a cui l’uomo stesso, in realtà, deve la vita.

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