La rotta dei rifiuti da Occidente al sud-est asiaticoTempo di lettura stimato: 5 min.

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Montagne di rifiuti in Malesia [crediti foto: Reuters]

Partiamo da un dato. Il 60% dei rifiuti che finisce in mare proviene da cinque paesi del sud-est asiatico: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam.

Molti accusano questi paesi di essere i principali colpevoli dell’inquinamento ambientale, dell’aria e delle isole di plastica negli oceani. La verità è che da anni i paesi occidentali usano i paesi in via di sviluppo come discariche globali. Forse è arrivata l’ora di cercare una soluzione più sostenibile.

IL BANDO CINESE

La discarica di Jiangcungou, nella provincia dello Shaanxi, è una delle più grandi di tutto il paese. Qualche giorno fa, è arrivata dalla Cina la notizia che la discarica è stata riempita con 25 anni di anticipo rispetto alle previsioni.

La discarica si estende per 700mila metri quadri (come 100 campi da calcio) e ha una profondità di 150 metri. Negli ultimi anni, la discarica riceveva una quantità di rifiuti giornaliera molto elevata: quattro volte maggiore rispetto a quanto pianificato al momento dell’apertura nel 1994.

Questa notizia rappresenta in modo accurato l’attuale situazione del paese. La grande crescita economica cinese ha prodotto un forte aumento dei consumi. Il volume dei rifiuti è aumentato di conseguenza.

Nel 2017, il governo cinese ha annunciato la messa al bando all’importazione di 24 tipologie di materiale di bassa qualità. I rifiuti prodotti internamente sono ormai sufficienti a soddisfare la domanda degli impianti di riciclaggio del paese. Inoltre, Pechino ha ceduto alla pressione da parte della classe media, stanca di vivere in città in cui l’aria è irrespirabile e di dover osservare montagne di rifiuti sempre più alte.

La decisione di Pechino ha fatto emergere tutte le falle nel sistema di gestione degli scarti a livello globale. Il paese rappresentava una risorsa fondamentale per molti: fino al 2017, quasi la metà dei rifiuti che uscivano dall’Europa finivano in Cina.

NUOVE DESTINAZIONI, MENO REGOLE

Gli stati occidentali come Europa, Stati Uniti e Australia si sono improvvisamente ritrovati a dover trovare nuove alternative all’esportazione verso la Cina. In Europa è aumentato il movimento dei rifiuti all’interno del continente. Molto spesso però, i paesi si sono rimbalzati i materiali tra di loro, per poi spedirli fuori dall’Unione, in modo illegale.

Tra il 2017 e il 2018, le rotte globali dei rifiuti, non potendo dirigersi in Cina, hanno cambiato destinazioni. I leader del settore sono diventati Malesia (nel 2018, +195% di importazioni rispetto all’anno precedente), Turchia (+191%), Vietnam, Thailandia e Indonesia. In questi paesi, non c’è una regolamentazione adeguata che garantisca il corretto trattamento dei materiali da smaltire.

Questo mette a rischio la salute dei lavoratori, che vengono esposti ai fumi dannosi degli impianti, e degli abitanti, che devono vivere vicino a discariche gigantesche. Anche la salute dell’ambiente è minacciata, visto che i rifiuti non adatti a essere trattati finiscono nel terreno, nei fiumi e nei mari.

Un impianto abbandonato di riciclaggio della plastica in Malesia [crediti foto: BBC]
LA PIROLISI TOSSICA

In due inchieste svolte quest’anno, Reuters ha indagato sul business degli pneumatici in Malesia e in India. Gli pneumatici usati vengono spediti in questi paesi, dove sono spuntate numerose fabbriche. Attraverso la pirolisi, ottengono un carburante di basso livello da rivendere.

La pirolisi è un processo durante il quale gli pneumatici vengono scaldati in assenza di ossigeno. Fatta in maniera corretta e in un ambiente controllato, è considerata un modo ecologico per trasformare un materiale di scarto complesso in una fonte di energia. Le attrezzature necessarie per avere un impianto a norma ed efficiente possono costare milioni di dollari. Online però, si possono trovare gli strumenti di base, provenienti dalla Cina, per poche migliaia di euro.

In Malesia, a inizio anno, più di mille persone sono finite in ospedale per colpa di alcuni rifiuti tossici rilasciati nell’ambiente. Gli investigatori locali hanno incriminato una piccola azienda del luogo, coinvolta nel business della pirolisi. L’esposizione al fumo degli pneumatici nel breve periodo può provocare irritazione della pelle e infezioni ai polmoni. L’esposizione prolungata può causare attacchi cardiaci o cancro ai polmoni.

In India, dal 2013 al 2018, le importazioni di pneumatici dal Regno Unito sono passate da 43mila a 263mila tonnellate. Anche a causa del blocco cinese. L’Italia è il quinto esportatore al mondo di pneumatici verso l’India, nel 2018 ne ha spedite 43mila tonnellate.

Una volta arrivati in India, gli pneumatici si disperdono tra imprese di riciclo che li usano nella costruzione di strade o campi sportivi e impianti di pirolisi. Legali e illegali. Un’ispezione condotta dal governo indiano a luglio 2019 ha rilevato che in tutto il paese c’erano 637 impianti di pirolisi autorizzati. Di questi, 270 non rispondevano agli standard ambientali. Ad oggi, 150 impianti non a norma continuano a funzionare.

I DANNI DELLA PLASTICA

Gli pneumatici non sono gli unici rifiuti a causare problemi.

A giugno di quest’anno, è uscito un rapporto, portato avanti da numerosi enti indipendenti (Ipen, Nexus3, Arnika Association e Ecoton) impegnati in materia ambientale. L’argomento dell’investigazione è il commercio dei rifiuti di plastica in Indonesia. Il rapporto rivela che in alcune uova di gallina sono state trovate sostanze altamente tossiche in concentrazioni pericolose. Le uova analizzate erano vicino a zone in cui si accumulano rifiuti di plastica.

Gli esperti dicono che i rifiuti occidentali in Indonesia sono solo una parte del problema: nel paese mancano infrastrutture e finanziamenti per smaltire adeguatamente i rifiuti. Per questo motivo, grandi quantità di spazzatura, plastica in particolare, vengono riversate nei fiumi.

Allargando il discorso a livello globale, lo smaltimento e il riciclo della plastica sono tra i punti più critici, come evidenziato da un recente rapporto di Greenpeace.

I rifiuti plastici galleggiano sui fiumi e sfociano nei mari e negli oceani. Le correnti li trascinano, creando immense isole di plastica. L’estensione delle isole è difficile da quantificare, poiché sono composte per la maggior parte da microplastiche che sfuggono anche ai satelliti.

L’immagine mostra tutte le isole di plastica nel mondo. La più grande, nel nord dell’Oceano Pacifico, ha un’estensione pari a quella degli Stati Uniti [fonte: Sky]
UNA SOLUZIONE È POSSIBILE?

La quantità di rifiuti da qui ai prossimi anni continuerà ad aumentare in maniera esponenziale. Ripulire gli oceani dalla plastica non può bastare. Bisogna trovare un modo per riuscire a gestire, smaltire e riciclare tutti i tipi di rifiuti, realizzando un sistema di economia circolare efficace.

Seguendo l’esempio della Cina, altri paesi asiatici stanno gradualmente bloccando le importazioni. I paesi occidentali saranno sempre più obbligati a gestire autonomamente lo smaltimento dei rifiuti e a fronteggiare veramente un problema che non si può più ignorare.

Nel mondo, ogni anno, si producono 8,3 miliardi di tonnellate di materie plastiche. Di questi, 6,3 miliardi di tonnellate diventano rifiuti plastici. Gran parte della plastica che produciamo finisce nel cestino in poco tempo. Una soluzione potrebbe essere ridurre o addirittura provare a eliminare la plastica monouso, soprattutto quella usata per gli imballaggi. In questo senso, la plastic tax da poco introdotta in Italia, sembra andare nella giusta direzione, anche se da sola non basta.

In tutto il mondo, la sensibilità verso la crisi climatica è sempre maggiore. Dare la colpa al vicino non produrrà nessun cambiamento.

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